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Studio Cefriel sulle competenze digitali: la vera sfida è investire sulla formazione

Nel white paper sulle competenze digitali si definisce cruciale la cultura ai tempi del digitale. Ecco quali barriere allo sviluppo delle digital skill bisogna superare per colmare il divario fra Italia e resto d'Europa [...]
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Secondo DESI 2021, ha skill digitali di base appena il 42% degli italiani nella fascia d’età fra i 16 e i 74 anni. Inoltre, soltanto il 3,6% degli occupati vanta una specializzazione nel settore IT. Queste indicazioni emergono da uno studio del Cefriel sulle competenze digitali e su come investire sulla formazione.

Ecco i suggerimenti del white paper per colmare il divario fra l’Italia e il resto d’Europa.

Studio Cefriel sulle competenze digitali: la vera sfida è investire sulla formazione
(Credits: Cefriel)

Studio Cefriel sulle competenze digitali: i ritardi italiani

Il Cefriel, centro di innovazione digitale fondato dal Politecnico di Milano, ha rilasciato un white paper, intitolato “Investire sulle persone – formare per la cittadinanza, la trasformazione, l’innovazione”, in cui offre indicazioni sulla necessità di investire sulla formazione alle competenze digitali.

Lo studio è frutto del lavoro comune di Franco Amicucci, Marco Bentivogli, Federico Butera, Alfonso Fuggetta e Roberta Morici.

La spinta dell’ultimo biennio alla trasformazione digitale di imprese e Pubbliche Amministrazioni non ha colmato il divario nelle digital skill. Erano scarse prima, nessuno le ha migliorate dopo.

Infatti, l’Italia è terz’ultima in Europa per competenze digital secondo il DESI 2021.

Serve dunque la formazione per il digitale, che ha come obiettivo lo sviluppo di: cultura, conoscenze, competenze.

Le persone, per vivere pienamente la propria esperienza professionale e la propria presenza nella società, dovrebbero acquisire conoscenze e competenze che abilitano:

  • cittadinanza;
  • trasformazione dei processi e del lavoro;
  • innovazione digitale.

Le barriere allo sviluppo diffuso delle competenze digitali

Lo studio Cefriel punta ad analizzare le barriere allo sviluppo diffuso delle competenze digitali, portando elementi di riflessione al dibattito in corso.

L’approfondimento fa parte della collana, nata da un’idea del Cefriel, dedicata ai grandi temi legati all’innovazione digitale dell’impresa e della Pubblica Amministrazione.

“A fronte di numerosi allarmi ai quali abbiamo assistito in questi anni e alla ormai diffusa consapevolezza sull’importanza del digitale e della formazione al digitale”, commenta Alfonso Fuggetta, Amministratore Delegato e direttore scientifico di Cefriel, “continuiamo a rilevare un gap tra attese e realtà e, soprattutto, nella velocità con la quale la nostra società sta rispondendo a queste sfide epocali”.

Le problematiche

Secondo l’analisi contenuta nel white paper del centro di innovazione digitale del Politecnico di Milano, le barriere che impediscono di colmare il divario di competenze digitali esistenti nel nostro Paese sono diverse:

  • tante persone faticano a cambiare e a esplorare nuovi percorsi;
  • altri centri e ruoli di potere temono cambiamenti di equilibri e di rapporti di forza.
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Forze e spinte centrifughe concorrono a frenare, a rendere faticoso e a rallentare il processo di costruzione di nuove forme di conoscenza e professionalità.

La conseguenza di tutto ciò è una formazione digitale che spesso si arresta all’addestramento su specifici tool e applicazioni. L’insegnamento si limita solo a “ciò che non si può evitare di usare”.

Dunque, “il digitale non può più essere visto come un optional, esattamente come non è un optional il saper scrivere e la buona educazione”, continua Fuggetta: “Siamo entrati ormai in una nuova dimensione in cui non ha più senso parlare di cultura digitale, come se fosse in antitesi o in alternativa o complementare alla cultura. È tempo di parlare di cultura ai tempi del digitale”.

Formazione per il digitale

Secondo lo studio Cefriel le dimensioni su cui intervenire riguardano competenze e conoscenze digitali che abilitino ogni cittadino a vivere la propria presenza nella società.

L’alfabeto digitale rappresenta il nuovo “imparare a leggere e scrivere”: il requisito minimo del diritto di cittadinanza.

Altre competenze, invece, si riferiscono a formazione in relazione all’uso del digitale come strumento di cambiamento di:

  • processi;
  • ruoli;
  • servizi ai clienti;
  • strategie.

Si tratta di una formazione indispensabile per l’innovazione dei modelli organizzativi.

Infine, la terza grande dimensione delle attività formative si riferisce alle competenze specialistiche verticali. Esse risultano indispensabili ai professionisti della ricerca e dell’innovazione digitale, compresi:

Per innovare prodotti e servizi e quindi posizionare una impresa sul mercato, non si può prescindere da queste figure professionali.

Le leve di intervento

La formazione deve trasformarsi in un’opportunità strategica di cambiamento della vita delle persone e delle aziende.

Dunque, istituzioni e imprese stanno maturando una visione del tema, favorendo nuovi linguaggi e strumenti in grado di raggiungere obiettivi più vasti.

Infatti, bisogna incentivare:

  • i meccanismi di certificazione delle competenze come gli Open Badge, che assicurano la tracciabilità dei percorsi svolti e delle competenze acquisite in modo trasparente ;
  • promuovere e garantire serietà e professionalità dei percorsi formativi mediante l’uso di incentivi alla domanda di formazione, (richiedendo quindi un co-investimento da parte delle aziende) e tramite contratti verso strutture accreditate.

Inoltre, occorre associare la formazione a processi di trasformazione di:

  • organizzazioni;
  • reti;
  • ecosistemi.

Bisogna attribuire alla formazione target specifici e misurabili in termini di impatto sui risultati di business.

Ciò richiede un’evoluzione nelle modalità di progettazione dei percorsi formativi, dalla scelta “a catalogo” alla co-progettazione con il business.

Serve inoltre un’evoluzione significativa delle modalità di valutazione: dal semplice “gradimento” alla valutazione di impatto sui KPI dei processi e dell’organizzazione.

“Alla base di tutto questo”, spiega Roberta Morici, responsabile Digital Culture Cefriel e coautrice del white paper “sta il principio per cui formazione è una dimensione permanente della nostra esistenza e deve essere, come tale, vista, pianificata e gestita, specialmente dalle imprese: è il concetto di life-long learning. Uno strumento concreto di formazione per sviluppare le competenze digitali sono i master post-laurea che le imprese offrono ai propri dipendenti, con la formula che alterna studio e lavoro. A breve partirà un master organizzato da Cefriel e MIP per sviluppare le competenze dei professionisti dell’innovazione digitale, integrando la preparazione tecnica con quella manageriale”.

Gli attori in gioco

Nello studio Cefriel si evidenzia che, poiché la formazione è un processo di life-long learning, sono diversi i protagonisti del cambiamento.

Per le imprese la formazione deve diventare driver di sviluppo (ribaltando le logiche di assunzione del personale: non ti assumo perché già pronto e formato per ciò che “mi serve”, ma per aiutarti a formarti e crescere), ma anche le amministrazioni pubbliche.

Le scuole e università devono impegnarsi nello sviluppo e nell’innovazione della propria missione istituzionale, sapendo formare legami e sinergie con gli altri attori presenti sul mercato.

Inoltre, i centri e le strutture di formazione e innovazione svolgono una funzione complementare rispetto agli altri attori istituzionali.

Anche il sindacato deve mettere al centro del dibattito il diritto dei lavoratori alla formazione e alla crescita personale e professionale.

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Infine, lo Stato deve divenire promotore e protagonista attivo di politiche che, da un lato, spingano aziende e singoli ad avviare percorsi di crescita delle conoscenze e competenze e, dall’altro, riconoscano e premino iniziative e risultati che arricchiscono il patrimonio di idee e conoscenze del Paese.

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