Data literacy, per una grande azienda può valere 500 milioni di dollari - Big Data 4Innovation
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Data literacy, per una grande azienda può valere 500 milioni di dollari

Antonello Salerno

Le società in cui i dipendenti sono in grado di leggere, analizzare e utilizzare i dati aziendali per prendere decisioni valgono di più di quelle che non hanno sviluppato progetti di alfabetizzazione dei dati: se parliamo di grandi aziende, il valore dell’utilizzo virtuoso dei dati aziendali si può approssimare tra i 320 e i 534 milioni di dollari.  E’ quanto emerge dal Data Literacy Index, lo studio che Qlik, società specializzata nella data analytics, ha commissionato a Wharton School e Psb Research all’interno del proprio progetto di Data Literacy. Nell’ambito della ricerca sono stati intervistati 604 decision maker di aziende globali provenienti da 10 aree geografiche. Lo studio è stato definito dagli accademici di Wharton e condotto da PSB Research. Oltre ad avere dipendenti che sanno sfruttare i dati, sottolinea lo studio, per competere nella quarta rivoluzione industriale, le aziende devono garantire che queste competenze siano utilizzate all’interno del processo decisionale.

Purtroppo però esiste ancora una forte discrepanza tra come le aziende percepiscono l’importanza dei dati e ciò che effettivamente fanno per l’alfabetizzazione dei dati sulla forza lavoro: se infatti il 92% dei responsabili delle decisioni aziendali ritiene importante che i dipendenti siano alfabetizzati, soltanto il 17% afferma che la propria attività stia incoraggiando in modo significativo i dipendenti a diventare più avvezzi all’utilizzo dei dati.

“Questa è la prima volta che viene misurata l’alfabetizzazione dei dati all’interno delle aziende – afferma Lorin Hitt, Professore alla Wharton School dell’Università di Pennsylvania – L’analisi non riguarda solo le competenze informatiche dei dipendenti dell’azienda, ma anche come e se i dati vengono utilizzati nel processo decisionale. Questo è importante perché la nostra ricerca suggerisce che questo più ampio concetto di alfabetizzazione dei dati rappresenta un insieme di pratiche aziendali che si rafforzano reciprocamente e che sono associate a performance finanziarie migliori”.

Le criticità principali sono emersi dalla scarsa propensione a spendere, con una percentuale vicina al 34% che pianifica di impegnare risorse per corsi di alfabetizzazione dei dati, mentre solo il 36% è disposto a pagare stipendi più alti a dipendenti già alfabetizzati.

Competenza, in ogni caso, non è sinonimo di decisioni prese considerando le indicazioni che vengono dai dati: anche le aziende che dispongono di dipendenti in grado di leggere i dati, probabilmente non trasformeranno i dati in informazioni utilizzabili nel modo più efficace possibile.

A spiccare su scala globale per il tesso di data literacy è in ogni caso l’Europa, seguita da Stati Uniti e Apac. Tra i settori più alfabetizzati emergono quelli amministrativi, tech e finanziari, mentre in coda al ranking ci sono sanità, retail e immobiliare.

“Accanto alla diffusione di automazione, robotica e intelligenza artificiale, sta emergendo la quarta rivoluzione industriale – commenta Jordan Morrow, global head of Data literacy di Qlik – I dati saranno il suo linguaggio universale e le aziende che lo padroneggeranno ne trarranno notevoli vantaggi. Eppure, mentre le aziende prestano attenzione all’alfabetizzazione dei dati per il proprio business, la loro disponibilità a impegnare risorse per i dipendenti che si occupano di dati è carente, così come l’impegno ad attuare cambiamenti che consentirebbero decisioni basate sui dati. In soli cinque anni sarà chiaro chi saranno i vincitori della rivoluzione dei dati. Il Data Literacy Index non è solo un apripista, è una call-to-action per i leader aziendali che devono difendere la propria posizione sul mercato”.

Giornalista dal 2000, dopo la laurea in Filologia italiana e il biennio 1998-2000 all’Ifg di Urbino. Ho iniziato a Italia Radio (gruppo Espresso-La Repubblica). Poi a ilNuovo.it, tra i primi quotidiani online nati in Italia, e a seguire da caposervizio in un’agenzia di stampa romana. Dopo 10 anni da ufficio stampa istituzionale sono tornato a scrivere, prima su CorCom, nel 2013, e poi anche per le altre testate del gruppo Digital360. Mi muovo su tutti i campi dell’economia digitale, con un occhio di riguardo per cybersecurity, copyright-pirateria online e industria 4.0.

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