Pure Storage accelera sul multi-cloud, Galtarossa: “Semplificazione è il nuovo mantra”

Il partner technical manager: “Puntiamo alla modernizzazione del modo in cui i clienti gestiscono i dati grazie all’aggiornamento di infrastruttura, operazioni e applicazioni. Grazie alla piattaforma storage-as-code Pure Fusion e a Portworx Data Services, che rende più agile il lavoro degli sviluppatori” [...]
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Man mano che le aziende adottano con maggiore frequenza architetture cloud native, cresce il loro bisogno di soluzioni semplici e flessibili. Per andare incontro alle esigenze degli sviluppatori, Pure Storage ha così deciso di presentarsi sul mercato con un’evoluzione decisa della propria offerta, puntando a un sempre più alto grado di automazione e alla gestione dello storage in stile multi-cloud. A illustrare le novità messe in campo dalla multinazionale specializzata nello storage-as-a-service in quest’intervista a BigData4Innovation è Umberto Galtarossa, partner technical manager di Pure Storage.

 Galtarossa, partiamo dal versante tecnologico. Avete annunciato due importanti novità nella vostra offerta, le prima è “Pure Fusion”. Di cosa si tratta?

Pure Fusion è un’evoluzione rispetto alla strategia dei fondatori, e punta a una semplificazione drastica della componente storage. Si tratta essenzialmente di una piattaforma storage-as-code autonoma e self-service, che offre una scalabilità senza limiti e permette ai clienti di estendere ovunque il modello operativo del cloud. Il valore aggiunto è il fatto che consente di eseguire, gestire e sfruttare lo storage tradizionale come un servizio cloud. Parliamo di un’architettura flash agganciata a una soluzione di predictive analytics, che consente di operare automaticamente nel campo del micro management infrastrutturale. È un passo in avanti nell’ottica dell’autonomous data center, grazie a una soluzione che fornisce i mezzi per fare in modo che la componente on premise e quella in cloud siano sempre bilanciate e rispondano perfettamente ai requisiti del singolo cliente. L’automatizzazione del workload, infatti, consente ribilanciamenti automatici man mano che i sistemi si evolvono, senza costringere gli utenti a “inseguire” le applicazioni e a gestire direttamente eventuali “sbilanciamenti” in cloud o nei data center. Quello che si riesce a ottenere è un balancing automatico che toglie dalle spalle degli sviluppatori e dei team IT un carico spesso oneroso in termini di tempo e di risorse.

L’altra novità che completa la nuova strategia è Portworx Data Services, che presentate come la prima piattaforma Database-as-a-Service per Kubernetes del settore. Quali sono le sue caratteristiche?

L’obiettivo è quello di consentire ai tecnici DevOps di implementare un data service production-grade con un semplice click, offrendo agli sviluppatori software la possibilità di accedere alle applicazioni di database di cui necessitano, senza dover necessariamente avere competenze tecniche particolarmente avanzate. Andiamo nell’ottica di gestione dei sottosistemi degli ambienti Kubernetes basati su container dove la fruizione dello spazio e dello stack applicativo può essere molto onerosa. Così per abbattere il time to market, che è una componente sempre più essenziale per il successo di nuovi servizi e applicazioni, abbiamo deciso di dare vita a un vero e proprio portale da cui gli sviluppatori possono scegliere le applicazioni di cui hanno bisogno da un ampio portfolio, eseguendo con un semplice click il deployment delle applicazioni, con la massima attenzione a tutti i requisiti che l’app può avere, ad esempio, in tema di disaster recovery. Il valore aggiunto di questa soluzione è quello di sgravare la parte del micromanagement dalle spalle degli sviluppatori, che potranno così procedere più agevolmente concentrandosi sulle loro attività “core”.

Come si potrebbe rendere più semplice il concetto con un esempio?

Potrei citare il caso di un nostro cliente con cui parlavo proprio pochi giorni fa. Si tratta di un service provider che conta su una serie di isole applicative a seconda della tipologia di servizi che vengono offerti. Con l’evoluzione di questi servizi ovviamente assistiamo anche una moltiplicazione delle isole, che serve per garantire una giusta dimensione infrastrutturale nell’erogazione di ogni servizio. La conseguenza è che con l’aumentare delle isole e dei contesti applicativi, e quindi con l’aumento delle componenti di gestire, avere una visione d’insieme può con il passare del tempo diventare particolarmente oneroso. Intervenendo in una situazione di questo genere con Pure Fusion si rende la vita più semplice al cliente non solo sulla singola infrastruttura, ma anche in ottica di ecosistema, anche per ambienti basati su container, ai quali viene in pratica esteso concetto di virtualizzazione delle infrastrutture.

Quali sono i vantaggi di questo approccio?

Dal mio punto di vista, se volessimo sintetizzare, sono essenzialmente due: il primo riguarda la razionalizzazione e il miglior sfruttamento possibile delle risorse. È un tema sempre più importante dal momento che oggi con i costi dell’IT non ci si può più permettere di avere risorse dormienti. E il secondo è legato al fatto di consentire agli sviluppatori di gestire l’infrastruttura lasciando loro più tempo per dedicarsi al contesto applicativo, che è l’elemento centrale della loro attività e su cui hanno più necessità di focalizzarsi per essere più competitivi e forti sul mercato.

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Come si fa a rendere “intelligente” l’infrastruttura di storage?

Nel caso di Pure Storage il punto di partenza è il fatto che le nostre piattaforme condividono un unico sistema operativo, e che quindi l’intelligenza dello storage risiede nella componente software. Grazie a questo approccio possiamo contare su un ecosistema interoperabile, che è interrogabile e gestibile da remoto e in automatico grazie ad algoritmi di intelligenza artificiale. Per le nuove funzionalità abbiamo utilizzato e sfruttato tecnologie già presenti insieme al nostro sistema “Pure1”, che raccoglie costantemente le telemetrie storage dei clienti, analizza i dati e produce forecast, che sono la base per il modello predittivo.

In quale direzione si sta muovendo oggi il mercato dello storage?

L’idea alla base di ogni evoluzione è l’IT come servizio. La sfida è quella di poter dare ai clienti e agli utenti soluzioni che consentono un controllo puntuale dei costi, come accade ad esempio per i public cloud provider, ma consentendo la gestione del dato in sistemi ibridi, garantendo portabilità e senza rimanere legati a uno specifico cloud provider. La prospettiva è quella di permettere al cliente di scegliere in autonomia dove gli conviene posizionare i propri dati volta per volta e senza vincoli né problemi tecnici.

Quanto conta la sicurezza in uno scenario così complesso?

Per noi è un impegno molto importante. Recentemente abbiamo annunciato funzionalità “SafeMode” che permettono agli utenti di controllare la cancellabilità dei dati e il loro ripristino con gestione software dello storage. Per garantire che se a causa di un attacco informatico vengono criptati i dati di produzione ci sia sempre una copia non modificabile e raggiungibile in tempi brevi. Una tecnologia che consente quindi di ripristinare i dati senza cadere nella trappola del riscatto. E devo dire che da quando il tema dei ransomware è diventato un’emergenza e alcune istituzioni sono state attaccate dai criminali informatici l’attenzione e la sensibilità verso questi temi ha iniziato a crescere rapidamente, e nel nostro caso le richieste di attivazione della componente “SafeMode” sono aumentate in maniera esponenziale.

 

 

 

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