Database aziendali “commerciali”: Oracle, storia e caratteristiche

Oracle rappresenta una vera e propria icona nel contesto delle banche dati digitali sia per la sua lunga e gloriosa storia che per la capacità di rimanere sempre in linea con l’evoluzione della tecnologia e delle esigenze degli utenti [...]
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Da oltre 40 anni rappresenta un punto di riferimento universale nel campo delle banche dati digitali ma, invero, dietro l’incredibile successo di Oracle, uno dei più famosi database aziendali commerciali, è possibile individuare una straordinaria combinazione di intuito, coraggio, spirito imprenditoriale e, naturalmente, anche tanta fortuna e buona sorte.

Breve storia

Era il lontano 1977 quando un giovanissimo Larry Ellison, sfogliando quasi distrattamente l’“IBM Journal of Research and Development”, rimase letteralmente folgorato da un documento di ricerca apparentemente “asettico” che descriveva, in tono formale e asciutto, un prototipo funzionante di sistema di gestione di database relazionali.

L’idea alla base dell’articolo di Edgar Frank Codd, intitolato “A Relational Model of Data for Large Shared Data Banks”, era effettivamente avveniristica e descriveva un nuovo paradigma in grado di gestire dati in maniera strutturata, efficace e soprattutto non paragonabile alle tecniche in uso in un’epoca nella quale l’informatica era ancora considerata una scienza di nicchia, cui solo professionisti altamente specializzati potevano avvicinarsi.

Il paper, però, era il frutto di anni di lavoro di un dipendente di punta di IBM, che aveva, pertanto, avuto a disposizione tutto il tempo necessario per accumulare un vantaggio competitivo non indifferente per sbarcare per prima sul nuovo mercato.

Nello scenario appena descritto, la svolta arrivò più o meno durante una pausa caffè presso la sede di “Ampex”, quando Ellison e i suoi colleghi Bob Miner e Ed Oates cominciarono a capire che non solo IBM aveva sottovalutato le teorie di Codd ma nessun’altra azienda si era effettivamente impegnata a commercializzare una tecnologia considerata ancora evanescente.

I tre amici intuiscono l’enorme potenziale connesso al business dei database relazionali e, probabilmente inconsapevoli di scrivere una pagina fondamentale della storia contemporanea, decidono di fondare la società che sarebbe diventata un vero e proprio mito, battezzando, senza troppa fantasia, il proprio prodotto di punta con il nome di un progetto affidato loro dalla CIA: si affacciava, in questo modo, nel mondo dei database la prima versione di “Oracle”, destinato, di fatto, a stravolgere le certezze di tecnici, ingegneri, imprenditori ma anche utenti finali.

La prima sfida della “Relational Software Inc.” (così si chiamava la neonata azienda statunitense) fu, infatti, quella di sfatare la diffusa opinione comune secondo cui la tecnologia non sarebbe mai stata applicabile a grandi quantità di dati o a un numero elevato di utenti. L’obiettivo di Ellison e dei suoi soci, in sintesi, era quello di costruire un sistema in grado di gestire, in sicurezza, banche dati di grandi dimensioni ed interloquire, attraverso meccanismi informatici, con applicazioni e programmi creati da altri sviluppatori.

L’idea si trasformò in un successo senza precedenti, che non solo lanciò il nuovo DBMS nell’élite dei software più popolari e utilizzati al mondo ma addirittura segnò l’inizio di una nuova era dell’ICT, nella quale l’attenzione sarebbe stata sempre più focalizzata sulle informazioni e sulle architetture in grado di manipolare i dati in maniera semplice, veloce, efficace ed automatizzata.

Fu così, in estrema sintesi, che nel 1983 la società fondata da Ellison, Miner e Oates, che all’epoca contava circa 35 dipendenti, prese il nome del proprio celeberrimo prodotto per arrivare ad essere collocata nel 2019 al secondo posto tra le aziende produttrici di software nella speciale classifica stilata annualmente da Forbes nella quale le imprese di tutto il mondo sono confrontate sulla base di indici oggettivi quali le vendite, il valore di mercato, i profitti ed il patrimonio netto.

Un ulteriore indicatore della popolarità del database di Oracle è costituito dalla graduatoria stilata dal portale DB Engines (https://db-engines.com/en/ranking), che vede il DBMS stabilmente al primo posto, seguito dall’altro prodotto “di famiglia”, il celebre sistema opensource MySQL, e dall’eterno rivale “SQL Server” di Microsoft.

DB Engine e architettura di Oracle

Presentandosi fin dalle sue origini come un DBMS “commerciale” e a “codice chiuso”, Oracle utilizza, a differenza del citato “fratello adottivo” MySQL, un unico “motore” proprietario, che è costantemente manutenuto, evoluto e migliorato per garantire prestazioni sempre in linea con il prestigio e il blasone della compagnia statunitense.

Dal punto di vista architetturale, il database server di Oracle è costituito da una “banca dati”, rappresentata da file salvati su disco, e da una serie di moduli denominati “istanze di database”, che rappresentano l’insieme di strutture di memoria che gestiscono i dati. In particolare, un’istanza è costituita da una porzione di memoria condivisa, chiamata “area globale di sistema”, e da un insieme di processi che operano “in background”.

Dal punto di vista fisico, un database Oracle si compone anche di “file di controllo”, contenenti metadati che specificano la struttura della base di dati e di “registri di ripristino”, che tracciano tutte le modifiche apportate ai dati e permettono, pertanto, al sistema di tornare ad una situazione precedente in caso di necessità.

A livello logico, invece, è possibile suddividere l’architettura di un database Oracle in “blocchi dati”, che rappresentano il livello massimo di granularità, “estensioni”, costituite da blocchi di dati logicamente contigui, ottenuti in una singola allocazione, “segmenti” e “tablespace”, che sono dei veri e propri contenitori logici di insiemi strutturati di informazioni.

A partire dalla versione 12c, inoltre, gli sviluppatori di Oracle hanno focalizzato la propria attenzione su tre macro-aree particolarmente significative che possono essere così descritte:

  • L’architettura Multitenant mette a disposizione degli utenti un vero e proprio “container”, che consente di “collegare” e “scollegare” i propri database e spostarli in altri contenitori locali (on premise) o nel cloud. Tale infrastruttura, affinata e migliorata nelle ultime versioni, permette di gestire un gruppo di database in maniera unitaria, semplificando le attività e le operazioni condotte dagli amministratori.
  • Database In-Memory consente di eseguire analisi estremamente veloci sui database utilizzando in maniera più efficiente le risorse hardware a propria disposizione. In sintesi, Oracle propone un doppio modello di gestione della memoria in cui i dati vengono conservati sia come righe, consentendo un aggiornamento efficiente, sia in una forma “a colonne”, che consente di effettuare ricerche, scansioni ed elaborazioni in tempi estramamente rapidi.
  • Oracle Sharding, mutuando un paradigma fortemente utilizzato per fornire scalabilità “orizzontale” ai cluster distribuiti di database, è pensato per offrire prestazioni di run-time superiori e una gestione del ciclo di vita più semplice rispetto alle classiche distribuzioni interne. Il meccanismo di Sharding consente di supportare applicazioni che richiedono bassa latenza ed alta disponibilità, distribuendo i dati su più database in maniera totalmente indipendente dalla loro collocazione fisica.

Versioni ed edizioni di Oracle presenti sul mercato

Con l’obiettivo di difendere e rafforzare una leadership conquistata in oltre 40 anni di ininterrotta presenza sul mercato, Oracle ha proposto nel tempo un numero estremamente elevato di rilasci, che hanno di volta in volta trasformato il DBMS allineandolo alle esigenze del mercato ed alle innovazioni tecnologiche.

La versione più recente è quella contrassegnata dal codice “19c”, che, in linea con gli ultimi indirizzi strategici del colosso statunitense, è fortemente orientata verso soluzioni ed ambienti di tipo cloud.

Rimanendo nel tema dei rilasci, un elemento particolarmente rappresentativo dello spirito anticonformista di Larry Ellison è quello legato alla volontà del fondatore di far partire il database dalla versione numero 2 perché, come lo stesso magnate ha avuto modo di affermare pubblicamente qualche anno fa, “nessuno avrebbe mai acquistato la versione numero 1”.

Un’ ulteriore curiosità connessa alle prime versioni di Oracle è rappresentata dalla presenza, fino alla versione “10g”, di uno schema predefinito denominato “Scott” al quale si poteva accedere attraverso le credenziali composte dall’username “scott” e dalla password “tiger” in onore di uno dei primi impiegati del colosso americano, Bruce Scott, e del suo gatto Tiger.

Anche le diverse edizioni con le quali Oracle si presenta sul mercato sono state profondamente modificate nel corso del tempo, fino ad arrivare all’attuale proposta che, in estrema sintesi, si compone delle seguenti 5 alternative:

  • Oracle Database Standard Edition One, che è stata pensata per applicazioni Web, ritagliata per aziende di piccole dimensioni ed include tutte le funzionalità necessarie per creare applicazioni “business-critical”.
  • Oracle Database Standard Edition, che supporta ambienti di produzione più grandi e “clustering di servizi” grazie al modulo “Oracle Real Application Clusters”, disponibile a partire dalla versione 10g.
  • Oracle Database Enterprise Edition, che fornisce le prestazioni, la disponibilità, la scalabilità e la sicurezza necessarie per le applicazioni “mission-critical”, i data warehouse e le applicazioni internet particolarmente “esigenti”. È l’edizione “di punta” e, oltre a contenere tutti i componenti di Oracle Database, può essere ulteriormente arricchita con l’acquisto di una delle tante opzioni rese disponibili dalla casa di Redwood.
  • Oracle Database Express Edition, che rappresenta un’edizione entry-level, distribuita in forma gratuita. Può essere installata su macchine di qualsiasi dimensione, memorizza fino a 4 GB di dati utente, utilizzando fino a 1 GB di memoria e sfruttando solo una CPU sulla macchina host.
  • Oracle Database Personal Edition, che supporta ambienti di sviluppo e distribuzione per utente singolo e garantisce, per i soli fini di implementazione, la piena compatibilità con le altre edizioni di Oracle.

L’acquisto di Sun Microsystems e la nascita dell’ecosistema Oracle

Le evoluzioni del database di Oracle sono state, naturalmente, influenzate dalle strategie della compagnia fondata da Ellison che, dopo essersi dedicata quasi esclusivamente al mondo delle banche dati per oltre 30 anni, all’inizio del nuovo millennio ha iniziato ad espandere in maniera vertiginosa il proprio raggio d’azione, fino a toccare praticamente tutti gli ambiti dell’Information Technology.

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Lo spartiacque, in particolare, può essere considerato l’acquisto, di un colosso come Sun Microsystems, che ha permesso a Oracle non solo di acquisire il più famoso DBMS opensource, MySQL, ma anche di sbarcare nel settore dell’hardware, divenire proprietario del linguaggio di programmazione più famoso al mondo, Java, oltre che di una serie di “suite” quali “Open office” o sistemi operativi come “Open Solaris”, poi dismesso.

Si trattò, invero, di un’operazione di portata storica che richiese l’intervento sia del Governo degli Stati Uniti che della Commissione Europea, preoccupati soprattutto dalla situazione di assoluta leadership che Oracle avrebbe ottenuto nel campo dei DBMS inglobando il proprio principale competitor.

Fu anche l’inizio di una nuova era per Oracle che si dedicò, da quel momento, alla costruzione di un vero e proprio “ecosistema” composto da soluzioni software e hardware in grado di soddisfare praticamente tutte le esigenze delle aziende moderne.

Al pari degli altri grandi protagonisti dell’IT, inoltre, la multinazionale americana ha avviato da diversi anni una progressiva migrazione verso le tecnologie di tipo cloud, proponendo ai propri clienti servizi erogati dalla “nuvola digitale” ma, potendo contare su dispositivi a marchio proprio, anche soluzioni di tipo “ibrido” in grado di combinare i vantaggi del cloud con la comodità e la maturità dei prodotti installati “on premise”.

 

Database aziendali commerciali: Exadata e la sfida del database autonomo

Uno dei risultati più importanti arrivati nel campo dei DBMS targarti Oracle in seguito al cambio di rotta avvenuto nella prima decade degli anni 2000, è costituito da “Oracle Exadata Database Machine”, che si presenta come una piattaforma integrata hardware e software ottimizzata per l’esecuzione di Oracle Database.

Exadata, in particolare, è stato introdotto nel 2008 e, da ottobre 2015, è disponibile sia come prodotto da acquistare e collocare fisicamente presso i propri datacenter sia sotto forma di servizio all’interno del ricchissimo portafoglio cloud di Oracle.

Con tale soluzione, Oracle garantisce ai propri clienti la gestione completa di tutti i componenti “ortogonali”, inclusi hardware, rete e software, lasciando ai clienti la completa proprietà dei database.

L’implementazione di Exadata ha consentito ad Oracle di affrontare una nuova, fondamentale sfida, rappresentata dal lancio sul mercato di un database “autonomo”, in grado di autogestirsi, grazie a tecniche di “machine learning, e condurre a un risparmio di circa il 90% dei costi operativi tipicamente associati alla conduzione funzionale di una banca dati digitale.

Si tratta, com’è di tutta evidenza, di un approccio rivoluzionario perché permette alle aziende di concentrare la propria attenzione sulla costruzione dei propri modelli di dati senza preoccuparsi di aspetti particolarmente onerosi come l’ottimizzazione dei carichi di lavoro, il dimensionamento delle risorse di calcolo, le contromisure di protezione dei dati sensibili e, addirittura, l’applicazione delle “patch” e degli aggiornamenti critici.

Il database autonomo, in estrema sintesi, punta ad eliminare il lavoro umano per il “provisioning”, la protezione, il monitoraggio, il backup, il ripristino, la risoluzione dei problemi e l’ottimizzazione del sistema, riducendo notevolmente le attività di manutenzione e permettendo agli amministratori di orientare i propri sforzi e le proprie risorse su attività a valore più elevato.

L’obiettivo di “Autonomous Database” è quello di sfruttare le performance e le caratteristiche di Exadata per garantire carichi di lavoro fino a 100 volte superiori rispetto alle installazioni tradizionali, utilizzando meccanismi ad alta efficienza come la “memoria persistente”, la “cache flash intelligente”, la “scansione veloce”, la “comunicazione Exafusion” oltre agli indici di archiviazione automatici.

Come anticipato, la soluzione “autonoma” proposta da Oracle è in grado di gestire in maniera automatica anche aspetti particolarmente delicati come quelli connessi alla sicurezza ed alla gestione delle vulnerabilità. Attraverso un sistema di sincronizzazione e scansione continua, infatti, “Autonomous Database” garantisce sia un aggiornamento trimestrale rispetto ai rilasci di sicurezza pubblicati da Oracle sia interventi eccezionali ed immediati nel caso in cui siano individuate nuove minacce particolarmente pericolose.

Potendo lavorare su un cluster composto da più nodi, inoltre, la soluzione automatizzata di Oracle permette di distribuire gli interventi in maniera tale da preservare la continuità operativa, evitando interruzioni e fermi macchina.

Il sistema è progettato per proteggere le informazioni anche attraverso l’utilizzo continuo della crittografia e l’integrazione con le tecnologie “Oracle Data Masking and Redaction”, che, come vedremo più approfonditamente in seguito, possono essere utilizzate anche per salvaguardare i dati sensibili nascondendoli ad alcune tipologie di utenti e mascherandoli sui database di test.

Una delle caratteristiche più interessanti del database autonomo è rappresentata dalla capacità di ripristinarsi automaticamente in seguito ad eventi anomali quali guasti fisici a livello di server o di data center. Il servizio di Oracle, ad esempio, è in grado di ritornare, in maniera del tutto automatica, ad un determinato istante di tempo con il fine di annullare eventuali errori commessi dagli utenti ed è progettato per raccogliere, in caso di comportamenti non previsti, dati e statistiche da inviare ad una centrale di elaborazione basata su tecniche di “Intelligenza Artificiale” con l’obiettivo di determinarne la causa principale.

Anche le attività di backup e salvataggio remoto dei dati sono eseguite in maniera indipendente, garantendo agli utenti la possibilità di avere delle “istantanee” del database scattate ad intervalli prestabiliti.

In situazioni nelle quali i servizi erogati siano particolarmente critici, “autonomous database” può anche contare su un ambiente di test parallelo che permette, attraverso meccanismi di simulazione e virtualizzazione, di verificare la sicurezza degli aggiornamenti ancora prima che vengano effettivamente attivati in produzione.

L’obiettivo dichiarato di Oracle è quello di garantire un “uptime” del 99,995% includendo nei calcoli ufficiali anche la manutenzione pianificata e tutti gli altri scenari generalmente connessi a situazioni di “downtime”.

Database aziendali commerciali: “Oracle Maximum Availability Architecture”

Per garantire elevati livelli di disponibilità del proprio database, Oracle ha anche implementato la “Maximum Availability Architecture”, costituita da un set integrato di funzionalità e schemi di “best practice” che affrontano e gestiscono le principali cause comunemente connesse a situazioni di inattività, pianificate o impreviste, dei servizi erogati da un DBMS.

Partendo dalla consapevolezza che le infrastrutture IT siano soggette a guasti derivanti da malfunzionamenti del server, arresti anomali del disco, danneggiamenti dell’architettura di storage, o errori umani, Oracle Database offre una serie di opzioni e moduli orientati a proteggere i dati aziendali dai tempi di inattività, tra i quali meritano una menzione particolare i seguenti:

  • Real Application Clusters (RAC), che permette l’esecuzione di più istanze di database su server differenti, consentendo di creare un cluster distribuito e fault-tolerant. Poiché i singoli server funzionano in modo indipendente, infatti, il guasto di uno o più nodi non influisce sul funzionamento del sistema nel suo complesso.
  • Automatic Storage Management (ASM), che mira a semplificare la gestione dei file di dati del database, dei file di controllo e dei registri, fornendo agli amministratori strumenti per accedere a “file system” e “volumi” direttamente all’interno del database, attraverso istruzioni SQL.
  • Recovery Manager (RMAN), che gestisce in maniera “olistica” i processi di backup e ripristino del database Oracle, garantendo che i pacchetti di salvataggio contengano tutte le informazioni ed i file necessari a ripristinare correttamente e velocemente una banca dati in caso di necessità.
  • Oracle Secure Backup (OSB), che offre un meccanismo di backup su nastro scalabile e centralizzato per tutti i dati, in grado di operare in ambienti IT distribuiti ed eterogenei, includendo sia servizi “interni” all’ecosistema Oracle (quali i cosiddetti “backup RMAN”) sia connessioni con archivi esterni come quelli di Amazon S3.
  • Il meccanismo di flashback, che consente di neutralizzare eventuali errori umani annullando in modo efficiente gli effetti di attività quali la cancellazione accidentale di una tabella o di alcune tuple.
  • Active Data Guard (ADG), che consente di ottenere adeguata protezione rispetto a potenziali malfunzionamenti dei data center fisici o logici, garantendo repliche remote dei database, che possono avvenire in modalità sincrona o asincrona.

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Database aziendali commerciali: la gestione della sicurezza in Oracle

La repentina evoluzione tecnologica sta introducendo, insieme a una serie di strumenti e funzionalità in grado di semplificare la gestione dei dati, nuovi rischi per le informazioni aziendali che, anche in ossequio a normative sempre più stringenti (si pensi, ad esempio al GDPR in vigore da qualche anno nell’Unione Europea) richiedono l’implementazione di contromisure e sistemi di protezione articolati e sofisticati a presidio dell’integrità, della riservatezza e della disponibilità dei dati.

In tale contesto, Oracle ha deciso di offrire un approccio multilivello e di “difesa in profondità” fornendo ai propri utenti controlli di tipo valutativo (per identificare lo stato di sicurezza dei database e la sensibilità dei dati), preventivo (per bloccare l’accesso non autorizzato alle informazioni), ed investigativo (per monitorare i comportamenti degli utenti) che, in estrema sintesi, includono:

  • La crittografia dei dati per proteggere dalle minacce (quali ad esempio i Ransomware o i Cryptolocker) incombenti sui sistemi di archiviazione e backup del database. La crittografia, che può essere facilmente applicata a interi “tablespace” o a singole colonne sensibili, impedisce la lettura in chiaro delle informazioni a chi provi ad accedere direttamente ai supporti fisici e, dalla versione 19c, è stata integrata con la capacità di “nascondere” anche il dizionario dei dati, proteggendo i metadati sensibili.
  • Il mascheramento dinamico dei dati, attuato attraverso il modulo Oracle Data Redaction, che permette di oscurare i dati particolarmente sensibili prima che vengano restituiti alle applicazioni client, fornendo (ad esempio) solo le ultime cifre dei numeri di previdenza sociale o di conto bancario. In tal modo, definendo e applicando i criteri di visualizzazione dei dati direttamente nel database, gli sviluppatori possono proteggere efficacemente i dati sensibili senza intervenire nel codice sorgente dei propri software.
  • I moduli “Priviledge Analysis” , “Database Vault” e “Unified Audit” che forniscono supporto agli amministratori nella complessa attività di graduazione degli accessi, permettendo di individuare e rimuovere i privilegi non necessari, di segregare i profili in maniera da limitare i privilegi dei singoli utenti e di verificare la compatibilità delle informazioni di accesso con una serie di parametri impostabili dall’amministratore (ad esempio, un login al di fuori dell’orario di lavoro potrebbe essere “sospetto”) o acquisibili dall’esperienza dell’utente (potrebbero essere segnalati, tra gli altri, gli accessi effettuati da dispositivi non riconosciuti o località geografiche estremamente distanti da quelle usuali). Allo stesso modo l’integrazione con Active Directory permette di ridurre notevolmente la complessità della gestione dell’autenticazione e delle autorizzazioni, migliorando al contempo la sicurezza e la disponibilità degli utenti a livello aziendale.
  • La gestione di certificati, portafogli e credenziali delle chiavi di crittografia, che è diventata una parte vitale dell’ecosistema di sicurezza dell’organizzazione grazie anche all’implementazione di una piattaforma di gestione delle chiavi sicura, “Oracle Key Vault”, in grado di facilitare la distribuzione della crittografia in tutta l’organizzazione.
  • Oracle Data Masking and Subsetting permette di offuscare i dati negli ambiti di sviluppo, test e collaudo in maniera che sia possibile utilizzare gli stessi schemi logici presenti in produzione senza incorrere nel rischio di divulgazione non autorizzata di informazioni.

Data warehousing, big data e database noSQL

Non potevano certamente mancare tra le funzionalità di Oracle quelle connesse alla gestione dei big data, alle tecniche di “data warehousing” e all’universo, sempre più popolare e in costante ascesa tra gli addetti ai lavori, dei database NoSQL.

Oracle Database 19c, infatti, è stato concepito come un database multi-modello, in grado di fornire supporto completo anche nell’elaborazione di strutture dati non relazionali, come JSON, XML, testo, dati spaziali e grafici.

Oracle Database, inoltre, consente, attraverso sistemi di mapping trasparenti per l’utente, di utilizzare il linguaggio SQL anche per dati non memorizzati in forma tabellare e fornisce, inoltre, un’ampia gamma di strumenti di “business intelligence” per l’analisi aziendale ed il supporto alle decisioni strategiche.

Partendo dalla constatazione che i dati sono ormai allocati in archivi fortemente eterogenei (relazionali, Hadoop, NoSQL), su diverse piattaforme (hardware di tipo “classico”, sistemi “iperconvergenti” o “specializzati”) e in varie posizioni (on-premise, in-Cloud), Oracle ha deciso di integrare nel proprio DMBS una piattaforma dedicata ai “Big Data”, in grado di fornire accesso integrato anche a dati “remoti” tramite l’interfaccia e gli strumenti di sviluppo e analisi utilizzati per le funzionalità “relazionali”.

Un ulteriore elemento degno di menzione è rappresentato dalla possibilità, per gli utenti, di “partizionare” le tabelle che contengono una quantità particolarmente elevata di dati, con il fine di garantire prestazioni e performance per quanto possibile “sganciate” dalle dimensioni del database.

In particolare, è possibile individuare specifici criteri che permettono di archiviare sul database le parti più “sensibili” di una tabella (che richiedono elaborazioni, modifiche e frequenti attività di scrittura) e di esportare su archivi esterni (NAS, file system, Hadhoop) i dati per i quali è sufficiente un accesso in sola lettura.

 

Conclusioni

Oracle rappresenta una vera e propria icona nel contesto delle banche dati digitali sia per la sua lunga e gloriosa storia che per la capacità di rimanere sempre in linea con l’evoluzione della tecnologia e delle esigenze degli utenti.

Il colosso fondato da Ellison, Miner e Oates ha saputo intercettare per primo le potenzialità commerciali di una tecnologia, quella dei DBMS relazionali, che nel giro di qualche anno avrebbe rivoluzionato il mondo dell’informatica e aperto un’era basata sulle informazioni, sui dati e sulla necessità di ottenere risposte praticamente in tempo reale.

Se però, fino all’inizio del nuovo millennio, l’immagine dell’azienda statunitense era praticamente sovrapponibile a quella del proprio prodotto di punta, con l’acquisizione di “Sun Microsystems” e l’avvio di una nuova strategia, Oracle ha ampliato i propri orizzonti, arrivando ad abbracciare tutto lo spettro dell’ICT e trasformando, conseguentemente, il proprio DBMS.

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La nuova frontiera di Oracle è, infatti, quella di un ecosistema autosufficiente nel quale hardware, software, prodotti “on premise” e servizi cloud possano convivere in maniera armonica e integrata, proponendo addirittura ai propri utenti soluzioni “autonome” ed in grado di “auto gestirsi”.

L’obiettivo è quello di permettere alle aziende di concentrarsi sulle strategie di business, affidando alle tecnologie di Oracle il compito di sovraintendere a tutti gli aspetti “ortogonali”, rappresentati dalle configurazioni delle piattaforme fisiche, dall’aggiornamento dei sistemi e dall’applicazione delle patch di sicurezza.

In tale solco si colloca l’innovativa piattaforma integrata Exadata, che è stata pensata, progettata ed implementata per esaltare le funzionalità del database mettendo a disposizione risorse hardware e meccanismi ad alta efficienza come la “memoria persistente”, la “cache flash intelligente”, la “scansione veloce” o la “comunicazione Exafusion”.

Particolarmente importante è anche l’architettura costruita da Oracle per garantire la continuità dei servizi che, in un mondo profondamente interconnesso come quello attuale, rappresenta una tematica di prim’ordine, affrontata dalla casa di Redwood attraverso una serie di moduli specialistici, in grado di rispondere a esigenze specifiche quali il “disaster recovery” o la “business continuity” ma anche di fornire una visione olistica e completa dell’intera problematica.

Negli ultimi anni, inoltre, anche Oracle, in linea con l’evoluzione delle minacce e con le nuove normative di settore, ha rafforzato l’attenzione verso la gestione della sicurezza delle informazioni, con particolare riferimento alle tematiche connesse alla crittografia, al mascheramento dei dati sensibili, alla profilazione degli utenti, al monitoraggio degli accessi ed alla segregazione delle funzioni.

Con il fine di rispondere alle crescenti esigenze di manipolare ed elaborare dati residenti in archivi eterogenei, distribuiti e organizzati in forme differenti rispetto ai classici schemi relazionali, il DBMS di Oracle ha introdotto negli ultimi funzionalità orientate al “data warehousing”, ai “big data” e, soprattutto, all’universo dei database noSQL.

 

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