Big data analysis in aiuto al contenimento del contagio da Coronavirus

Alberto Stefani, Data Protection Officer, consulente Cybersecurity
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Quando si è in guerra contro un nemico ignoto, il bene di ognuno, in questo contesto, passa dal rispetto delle regole di tutti. Confidare nel senso civico delle persone non sempre porta ai risultati sperati e allora occorre utilizzare l’analisi dei dati per sapere come e quando intervenire con misure più stringenti che tutelino la nostra comunità.

I contagi degli individui a causa del Covid-19 aumentano senza sosta ed è difficile comprendere quanto le misure sempre più stringenti adottate dal Governo abbiano i loro effetti. La questione è molto complessa e pesantemente seria e in questi ultimi giorni ha portato all’attenzione, soprattutto degli esperti del settore, la convivenza di normative che regolano la privacy con il diritto a conoscere le condizioni fisiche e di salute di ogni soggetto che debba entrare nelle aziende che ancora, per obbligo o per scelta, rimangono aperte previo accertamento della temperatura corporea o dei luoghi frequentati nelle scorse settimane quando il virus ha iniziato a diffondersi.

Oggi è il momento dell’azione che deve essere basata su dati concreti per il bene di tutti. Sull’esempio di altri paesi colpiti dall’epidemia di Coronavirus, come la Cina e la Corea del Sud, la Regione Lombardia ha deciso di utilizzare i dati aggregati provenienti dagli smartphone per analizzare l’andamento degli spostamenti al fine di valutare la possibilità di intervenire con misure più stringenti per limitare gli spostamenti dei cittadini.

Ma come è possibile comprendere dai nostri telefoni i nostri spostamenti sul territorio analizzando le celle telefoniche?

Come è strutturata una rete mobile cellulare

La mappatura del territorio attraverso la suddivisione in celle è l’architettura che da sempre è alla base delle comunicazioni tramite telefoni cellulari fin dalla comparsa, nei primi anni Novanta, delle reti GSM (Global System for Mobile Communications) primo standard di comunicazione mobile chiamato anche 2G vero capostipite della rivoluzione nel mondo delle comunicazioni di massa. Da allora la tecnologia ha continuato a evolversi in velocità di trasmissione e quantità di dati trasmessi passando da GSM a GPRS poi all’EDGE per arrivare poi all’UMTS basato su uno standard di nuova generazione prima 3G e attualmente 4G.

Alla base di tutti gli standard di comunicazione abbiamo però sempre il concetto della rete cellulare. Immaginiamo di suddividere il territorio nazionale in tante piccole celle come fosse uno sconfinato alveare in cui ogni cella è servita da una stazione di telecomunicazione che riceve e invia segnali attraverso un canale di comunicazione o rete di trasporto. Naturalmente la dimensione delle celle varia a seconda della densità della popolazione e dei luoghi che questa deve coprire. Un chilometro quadrato nel centro di una grande città sarà suddiviso in molte più celle rispetto alla stessa superficie di una località con una minore densità di popolazione.

Sarà dunque necessario suddividere il territorio da coprire in tante celle o unità elementari di ricetrasmissione. Ciascuna di queste avrà una propria stazione radio base di potenza ridotta, ma sufficiente a ricoprire in modo più o meno uniforme l’area racchiusa dalla cella stessa realizzando così una copertura uniforme. Tale architettura è necessaria per non eccedere nella potenza elettromagnetica (causando il famoso inquinamento elettromagnetico) che sarebbe necessaria impiegare per soddisfare più utenti di un’area ridotta. Ogni cella infatti ha quella che viene definita una capacità di servizio finita ossia la possibilità di servire un numero limitato di utenti prima di arrivare alla saturazione.

Un dispositivo mobile, automaticamente aggancia la cella che emette un segnale migliore effettuando ogni volta un log di accesso alla stazione di telecomunicazione più prossima abbandonando la precedente. Chiarito questo concetto ogni dispositivo utilizzato si aggancerà alla propria cella e se l’utente effettuerà uno spostamento, durante il tragitto compiuto, lo smartphone andrà a cambiare continuamente la cella di aggancio creando un percorso zonale o cellulare ben preciso.

Basandosi su questo concetto, unito all’analisi dei cosiddetti big data, ossia alle grandi masse di dati fornite dagli operatori telefonici, la Regione Lombardia in questi giorni ha appurato che più del 40% della popolazione analizzata ha effettuato degli spostamenti nonostante i provvedimenti presi dal Governo e i continui e costanti inviti a rimanere in casa. Troppo se parametrato al continuo dilagare dei casi di Covid-19. Naturalmente i dati analizzati sono aggregati e anonimi e danno esclusivamente uno specchio dell’attuale realtà a livello aggregato senza intaccare il dato personale del singolo individuo. Ma se la situazione dovesse ulteriormente aggravarsi e fosse necessario adottare provvedimenti più stringenti andando a controllare il singolo soggetto?

Controllo degli spostamenti e normativa sulla privacy

Naturalmente, in questi casi si pensa immediatamente ai risvolti a livello privacy e al rispetto del Regolamento europeo GDPR sulla protezione dei dati in un contesto in cui si considera sempre più l’utilizzo dei dati in possesso delle grandi piattaforme come Google e Facebook sotto la regia del Governo e del ministero dell’Innovazione per affrontare la localizzazione e il monitoraggio di casi positivi a Covid-19.

Tanti gli attori presenti in questo difficile contesto di dicotomia tra tutela della sicurezza nazionale e privacy dei cittadini. Argomento che ha naturalmente richiamato l’attenzione dell’EDPB European Data Protection Board, che in questo documento ha affermato la necessità di garantire la tutela dei dati personali dei cittadini europei pur in un contesto di emergenza e di interesse vitale peraltro già contemplato dal GDPR negli articoli 6 e 9.

Diffusione della tecnologia a livello nazionale e rispetto della privacy dei propri cittadini possono dare risultati differenti tra loro in maniera significativa. Vediamo tre casi di gestione dell’emergenza Covid-19 con l’utilizzo delle nuove tecnologie premettendo già che in tali paesi il rispetto della privacy non è mai stato tra le priorità.

Ma come in tutti i settori è sempre difficile inventare qualcosa di completamente nuovo e a tal proposito ricordiamo che già nel 2011, due scienziati dell’Università di Cambridge inventarono un modo intelligente per misurare e modellare la diffusione dell’influenza, una app chiamata FluPhone che utilizzava Bluetooth e altri segnali wireless come proxy per le interazioni tra le persone e chiedeva agli utenti di segnalare i sintomi.

Se avessi pranzato con qualcuno che in seguito si fosse ammalato, FluPhone mi avrebbe avvisato. Oltre a rallentare la diffusione dell’influenza, l’app promise di aiutare le autorità sanitarie a monitorare e modellare la diffusione dell’influenza. All’epoca FluPhone fece notizia e conquistò la prima pagina del sito web della BBC. Ma alla fine meno dell’1 % delle persone a Cambridge si iscrisse per usarlo.

Primo caso: Cina

Le autorità cinesi hanno adottato una serie di strumenti per scongiurare la diffusione del virus e un controllo serrato di coloro che dovevano rispettare la quarantena. Un sistema complesso sicuramente e basato sull’interazione di numerose tecnologie che hanno dimostrato ancora una volta quanto la Cina sia avanti dal punto di vista tecnologico anche nell’utilizzo di quest’ultima al servizio della salute e del monitoraggio della popolazione.

Utilizzo dell’intelligenza artificiale unita a videocamere con scansione termica nei luoghi di grande frequentazione come stazioni ferroviarie e aeroporti per riconoscere i soggetti con uno stato di salute compromesso da temperature corporee superiori ai 37,5 °C e conseguenti accertamenti del caso.

In Cina tutto è facilitato dagli strumenti comunemente in possesso dei cittadini che utilizzano esclusivamente i propri smartphone e un proprio codice ID (una vera e propria identità digitale) per effettuare qualsiasi operazione quotidiana come acquistare un biglietto del treno, fare la spesa online piuttosto che registrarsi ad un social network. Con un sistema così strutturato è molto più semplice effettuare qualsiasi controllo su qualsiasi individuo.

A tal proposito al fine di tracciare tutti gli individui in quarantena sono state create apposite app da installare obbligatoriamente sul proprio smartphone per comunicare i propri dati personali riferiti al decorso del Coronavirus e gli spostamenti effettuati nel periodo in cui si poteva essere contagiosi andando a ricostruire uno storico dei movimenti molto utile per dare avvisare le persone che inconsapevolmente erano venute a contatto con individui risultati poi positivi al virus.

Secondo caso: Corea del Sud

Il governo centrale e le amministrazioni locali della Corea del Sud stanno inviando avvisi in tempo reale tramite messaggi di testo, app e online sul numero di casi confermati di coronavirus (COVID-19) e sulla cronologia dei viaggi di coloro che sono infetti.

L’app di “protezione della sicurezza auto-quarantena”, sviluppata dal ministero degli Interni e della Sicurezza, consente a coloro che sono stati messi in quarantena di rimanere in contatto con gli operatori di assistenza. Utilizza anche il Gps per tenere traccia della loro posizione per assicurarsi che non stiano rompendo gli obblighi di isolamento imposti dalla quarantena.

Tutto ciò che gestiamo sui nostri smartphone passa attraverso delle app e sulla base di questo principio alcuni sviluppatori coreani hanno prontamente utilizzato la tecnologia per dotare i cittadini di uno strumento che permette di conoscere se nel raggio di centro metri dal luogo di passaggio si trovano persone in quarantena.

In Corea del Sud, le autorità hanno inviato messaggi che descrivono dettagliatamente i movimenti di persone specifiche infettate da Covid-19, suscitando polemiche in merito alla privacy ma su tutto sembra prevalere la tutela della salute pubblica e i risultati positivi sono prontamente arrivati riuscendo ad abbassare drasticamente il numero dei contagi in pochi giorni.

Terzo caso: Israele

I provvedimenti adottati in modo molto celere, poiché imposte da una contingente situazione di emergenza, da Israele ricalcano le tecnologie utilizzate dalla Corea del Sud.

La strategia si poggia su due metodologie: test di massa e controllo degli spostamenti di contagiati, persone in quarantena e sospetti contagiati attraverso i dati raccolti dai loro telefonini. Verrà utilizzato un software simile a quello già usato per controllare sospetti terroristi. L’applicazione sui cittadini israeliani ha posto alcuni dubbi legali ma alla fine il governo ha deciso di agire, senza passare per un voto al parlamento del Paese.

Il controllo degli spostamenti sarà affidato alla polizia e allo Shin Bet, i servizi interni con obiettivi molteplici. Sorvegliare tutte le persone poste in quarantena, in modo che la rispettino effettivamente. Verificare gli spostamenti dei contagiati, anche pregressi fino a 14 giorni prima del conclamato contagio, per capire con chi sono stati in stretto contatto. A quel punto avvertire e porre sotto controllo anche i possibili contagiati. In questo modo si può delimitare un “focolaio”, effettuare test mirati per “seguire gli spostamenti del virus”, ed evitare movimenti che possano estendere l’epidemia. Il governo del paese afferma che tutti i dati raccolti saranno conservati fino alla fine dell’emergenza e poi cancellati.

La misura era in discussione da sabato scorso, ed è stata in un primo momento frenata, per l’evidente intrusione nella privacy dei cittadini. Ma in Corea del Sud è stato utilizzato un metodo simile che ha funzionato e, vista l’emergenza, il governo israeliano ha deciso di andare avanti. Nella notte ha annunciato anche test di massa, su persone non sintomatiche ma che si sospetta abbiano avuto contatti con contagiati.

Prima della fine di questa pandemia sentiremo ancora parlare tanto di tecnologia, di privacy, di big data e di tanti altri argomenti inerenti ai metodi per debellare questa emergenza mondiale. Nella speranza che tutti gli sforzi vengano presto premiati e che si possa tornare a parlare di tecnologia solo per prevenire e non per gestire situazioni di emergenza così avverse.

 

 

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