Lo studio

Cefriel: nell’ecosistema dell’innovazione Italia al quintultimo posto

Il white paper, dal titolo “L’impresa innovativa”, indaga gli ostacoli all’innovazione in Italia e i problemi che anche le aziende innovative devono affrontare. Ecco quali sono [...]
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Cefriel ha pubblicato il white paper sull’ecosistema dell’innovazione. Dallo studio emerge che l’Italia langue al quintultimo posto.

Il centro di innovazione digitale, inoltre, ha stilato una lista per identificare “i nemici dell’innovazione”. Ecco chi sono.

Il report del Cefriel sull’ecosistema dell’innovazione

Con trent’anni di lavoro alle spalle, il Cefriel ha rilasciato il white paper, dal titolo “L’impresa innovativa”, che indaga l’ecosistema dell’innovazione in Italia.

Il report a cura di Nadia Fabrizio, Alfonso Fuggetta, Sonia Montegiove e Laura Sfardini, fotografa le ragioni del quintultimo posto dell’Italia nella classifica dell’ecosistema dell’innovazione.

I motivi mancata crescita risiedono sia nelle politiche pubbliche che negli atteggiamenti delle imprese stesse.

“Il cambiamento deve partire dai vertici aziendali”, avverte il Cefriel.

Gli ostacoli all’innovazione

Innanzitutto è errato confondere l’ambito della ricerca con quello dell’innovazione. Spesso si tende a sovrapporli. In realtà, la ricerca è creazione di conoscenza. Invece l’innovazione deve avere un impatto sul mercato e sulla società. L’effetto non è necessariamente, o soltanto, dal punto di vista economico.

La ricerca è necessaria all’innovazione, ma si tratta di due cose molto diverse. Infatti coinvolgono persone, strumenti finanziari e modelli organizzativi differenti.

“Uno degli snodi centrali da affrontare nel nostro Paese – afferma Alfonso Fuggetta, amministratore delegato e direttore scientifico di Cefriel – è sicuramente quello di passare dall’intento all’impatto, ovvero dal desiderio, dalle dichiarazioni di principio e di indirizzo politico a favore dell’innovazione, ad azioni concrete da realizzare insieme a imprese e PA”.

Un altro ostacolo all’innovazione è la concezione stessa che si ha del fare innovazione. Si pensa che sia sufficiente acquistare tecnologia digitale. Ma innovare non vuol dire solo “comprare qualche tecnologia o strumento”.

Per innovare occorre una coerente evoluzione dell’azienda che coinvolga tutte le sue dimensioni: non solo organizzazione, modelli di lavoro, competenze, ruoli, ma anche struttura dell’offerta e modello di presenza sul mercato.

Un altro problema che incontra anche un’azienda innovativa è quello di cercare di svilupparsi in un mercato immaturo. Sotto questo profilo, infatti, le imprese devono essere le prime a richiedere nel Paese un coerente quadro normativo volto a tutelare competizione e concorrenza.

Inoltre è necessario che il procurement pubblico sia strumento di promozione del mercato, senza tuttavia stemperare o violare in alcun modo le norme e le buone pratiche a tutela dei lavoratori, della legalità e dell’ambiente.

Altri fattori frenanti

A ostacolare l’innovazione è anche il concetto di piccolo come sinonimo di agilità e dinamismo. Invece l’essere un’azienda piccola rappresenta un fenomeno transitorio in un processo di crescita dove dinamismo e agilità non devono frenare la capacità d’investimento e di sviluppo di competenze e know-how.

Anche l’adagiarsi sugli allori è un limite. Vivere di ricordi dei successi del passato, senza evolvere o proteggersi con la ricerca di novità, incuranti dei cambiamenti e delle sfide che la competizione globale propone e impone, frena la crescita.

“Il fattore tempo – mette in guardia Fuggetta – diventa fondamentale: non è solo necessario reperire le risorse, ma è indispensabile disporre di tecnologie, competenze e modelli operativi che permettano di scaricare a terra in tempi rapidi tutte le potenzialità che derivano proprio dalla disponibilità di risorse nuove a disposizione delle imprese. Non è mai troppo presto per fare innovazione”.

Proprio per questa ragione, Cefriel ha messo a punto una serie di macro direzioni di intervento per far acquisire strumenti, processi e metodi alle imprese che vogliono diventare innovative.

Cosa serve

In primo luogo occorre un cambiamento culturale volto all’innovazione che parta dai vertici aziendali.

Una visione matura e innovativa dell’impresa deve avere come conseguenza una struttura sempre più piatta, con pochi livelli gerarchici. Deve essere aperta, agile, presentare responsabilità e criteri di successo chiari e condivisi. Inoltre, bisogna promuovere e premiare responsabilità, autonomia, valutazione e riconoscimento del lavoro dei singoli.

Le dimensioni dell’impresa devono puntare a favorire l’innovazione.

Esistono almeno tre ambiti chiaramente previsti e sviluppati:

  • scouting e open innovation, come processo di apertura dell’azienda verso l’esterno, finalizzato a raccogliere idee per creare un dialogo costante;
  • foresight, cioè una modalità di orizzonte che non sia trimestrale o semestrale, ma che guardi ai trend sociali e tecnologici, in modo da essere consapevole dei cambiamenti e delle trasformazioni che il futuro potrebbe portare;
  • project management ovvero la promozione di una cultura diffusa di progetto sia dal punto di vista metodologico e di competenze, che da quello organizzativo e operativo.

Dati in real-time

Tra le direttrici fondamentali è la gestione in “real time” ovvero un’azienda deve saper raccogliere e analizzare i dati senza inutili latenze e ritardi, assicurando una visione unitaria e coerente delle dinamiche d’impresa a tutte le sue persone.

L’impresa si deve dunque dotare di infrastrutture e strumenti che supportino e aiutino tutte le persone e le strutture organizzative ad operare in modo coordinato e sinergico.

L’errore non è fonte di stigma

Bisogna prendere in considerazione macro processi e specificità di ogni azienda. Ma è cruciale anche la volontà di innovare e sperimentare cose nuove: è vero che può causare errori, ma l’errore non deve essere mai fonte di stigma.

“Usiamo per questo l’espressione ‘Impresa 0–100’ che delinea la sfida dell’impresa”, sottolinea una delle autrici del white paper Nadia Fabrizio. “Lo ‘0’ rappresenta l’eliminazione (“azzeramento”) dei rischi e delle fatiche che l’impresa vive. Invece il “100” indica la tensione verso la massimizzazione delle ambizioni e degli obiettivi che l’impresa vive e vuole raggiungere”.

“Con questa attitudine, le diverse dimensioni e attività discusse in precedenza possono divenire leve per far crescere l’impresa e renderla realmente innovativa, capace di affrontare in modo consapevole le sfide che si trova a fronteggiare, focalizzata sulla valorizzazione del contributo e delle intelligenze dei singoli. È una sfida non facile, ma per nulla impossibile”, conclude Fabrizio.

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