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L’innovazione contagia le aziende italiane: una su due è in digital transformation

Antonello Salerno

L’Italia è un Paese in piena digital transformation, e il quadro offerto dalle imprese nazionali è quello di chi non vuole perdere competitività, e per questo sale sul treno dell’innovazione. Senza prendere troppi rischi, ma essendo ben consapevoli che rimanere esclusi dalla rivoluzione digitale vorrebbe dire accumulare ritardo nei confronti dei competitor e mettere a rischio il proprio futuro. E’ la fotografia scattata dal report “The digital transformation Pact” realizzato da Fujitsu, che esamina le performance delle aziende nei confronti dei quattro elementi strategici per la trasformazione digitale: Persone, Azioni, Collaborazione e Tecnologia (Pact).

Dai dati relativi all’Italia emerge che il 49% delle aziende ha implementato con successo progetti di trasformazione digitale, mentre il 25% non ha ancora ottenuto risultati, e che nella penisola falliscono meno progetti rispetto alla media globale.

Per il campione italiano della ricerca, composto da 150 business leader di diversi settori industriali, la tecnologia digitale è importante soprattutto nel processo di trasformazione dei processi aziendali (40%) e per il modello di business delle proprie organizzazioni (29%). Gli elementi su cui fare leva sono le “Azioni” e la “Tecnologia” (28% in entrambi i casi), seguiti dalle “Persone” (25%) e dalla “Collaborazione” (16%).

Sicurezza, cloud e Internet of Things tra le priorità: il focus è sui dati

Quanto alla tecnologia, in testa alle priorità delle aziende italiane ci sono la sicurezza informatica (per il 59% del campione), l’Internet of things (51%) e il Cloud computing (43%).

Ma quanto tempo passa prima che un investimento nella digital transformation dia un ritorno tangibile? Secondo il campione intervistato da Fujitsu ci si può attendere un ritorno dall’investimento entro un anno e mezzo, e sedici mesi per poter toccare con mano i primi benefici organizzativi. Dati che mettono l’Italia in una posizione più avanzata rispetto al contesto internazionale, come accade anche nel campo dei fallimenti, rispetto ai quali in Italia si registra una media meno alta di progetti di digital transformation  abbandonati rispetto a quella globale, del 27% contro il 33%. Quanto ai fallimenti, la media italiana è del 21% per un costo medio di circa 560mila euro.

“Le aziende italiane sembrano avere consapevolezza del loro livello di maturità digitale per affrontare progetti di trasformazione digitale – sottolinea Bruno Sirletti, presidente e Amministratore delegato di Fujitsu Italia – I progetti vengono pianificati e implementati, alcuni con più successo di altri, ma la cosa importante è che le aziende abbiano chiaro che l’immobilità porta a un sicuro insuccesso, mentre la costante spinta all’innovazione tecnologica, a livello di processi, funzioni e non da ultimo organizzazione, è la strada che permetterà di continuare a competere nei prossimi anni”.

Per entrare più nello specifico dei dati della ricerca, tra gli ostacoli principali nella prospettiva di abbracciare un progetto di digital transformation c’è – per il 68% del campione – la mancanza di competenze interne. Per questo il 91% degli intervistati è impegnato sulle digital skills, anche attraverso la riqualificazione dei propri dipendenti.

Il “reverse mentoring”, quindi lo scambio di competenze tra i più giovani e i più anziani all’interno dell’azienda, è praticato dal  37% del campione: per riuscirci diventa sempre più importante reclutare personale “digital natives”.

Il 94% degli intervistati afferma che nella propria organizzazione sia già presente una vera e propria cultura dell’innovazione e l’83% ha stabilito un processo interno per incentivare il personale a intraprendere progetti di trasformazione digitale.

Ma le persone non bastano per avere successo nella digital transformation se a guidarle non c’è una strategia messa a punto con cura: così entrano in campo quelle che la ricerca Fujitsu cataloga sotto la dicitura “Azioni”: se la stragrande maggioranza degli intervistati così riconosce l’importanza di una strategia definita anche coinvolgendo il top management, il 62% ammette l’esistenza di “progetti ombra”, avviati senza un’approvazione organizzativa esplicita, che per il 59% sono spesso l’unico modo per provare ad ottenere un’innovazione significativa.

Proprio a questo punto entra in campo la cooperazione, che può essere centrale per definire la strategia migliore di trasformazione digitale. Il 58% del campione afferma di avere in piedi in azienda progetti di co-creazione a stretto contatto con altre organizzazioni sull’innovazione digitale.

 

Giornalista dal 2000, dopo la laurea in Filologia italiana e il biennio 1998-2000 all’Ifg di Urbino. Ho iniziato a Italia Radio (gruppo Espresso-La Repubblica). Poi a ilNuovo.it, tra i primi quotidiani online nati in Italia, e a seguire da caposervizio in un’agenzia di stampa romana. Dopo 10 anni da ufficio stampa istituzionale sono tornato a scrivere, prima su CorCom, nel 2013, e poi anche per le altre testate del gruppo Digital360. Mi muovo su tutti i campi dell’economia digitale, con un occhio di riguardo per cybersecurity, copyright-pirateria online e industria 4.0.

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