Polo Strategico Nazionale, il monitoraggio dei dati nella PA Digitale

Fa discutere la notizia che la realizzazione del Polo Strategico Nazionale, soggetto giuridico controllato dallo Stato che avrà a disposizione data center nazionali su cui convogliare tutte le infrastrutture per i servizi strategici delle PA centrali, sarà affidata attraverso una gara pubblica a un consorzio e che tra i concorrenti vi debba essere sempre uno dei giganti del web. Questo solleva il problema dei dati [...]
Andrea Tiveron

ricercatore indipendente, direttore della società e-Metodi

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La realizzazione del Polo Strategico Nazionaleun soggetto giuridico controllato dallo Stato che avrà a disposizione un numero ridotto di data center nazionali, su cui convogliare tutte le infrastrutture che oggi gestiscono i servizi strategici delle PA centrali garantendo il funzionamento dei servizi cruciali del Paese attraverso standard di sicurezza, qualità ed efficienza, sarà affidata attraverso una gara pubblica a un consorzio e che tra tutti i concorrenti vi sia sempre la presenza di uno dei giganti del web (Microsoft, Google e Amazon). La notizia sta suscitando non poche perplessità da parte di molti. Le obiezioni sono per lo più riferite al fatto che essendo tali aziende tutte americane, sarà naturale imbattersi nel cosiddetto Cloud Act, la norma legislativa americana che prevede, su istanza del tribunale, la libertà per l’autorità giudiziaria di avere libero accesso a tutti i dati in possesso dei cloud provider americani, anche quando tali dati siano residenti in data center ubicati al di fuori del territorio americano.

Come mettere in sicurezza i dati nazionali

La risposta a questo spinoso problema – rispetto al quale altri paesi come la Francia hanno semplicemente affermato la volontà della totale sovranità nazionale sul dominio cibernetico, per la quale il cloud della PA francese può essere affidato solo a imprese di nazionalità europea che siano proprietarie di data center in Francia – sembra possa derivare per il nostro paese, imponendo “un robusto ed attento framework contrattuale” agli americani.

In realtà senza il pieno e totale controllo delle infrastrutture digitali non potremo rilanciare un Paese che sulla materia ha già compiuto scelte sbagliate. Basterebbe ricordare quanti e quali errori abbiamo compiuto con la fibra ottica, che ancora oggi è un asset da realizzare quando ne avremmo potuto disporre già da decine di anni (il riferimento è al cosiddetto Piano SOCRATE di Telecom Italia).

Si afferma che il motivo della presenza dei colossi del web americani dipenderebbe dalla necessità di utilizzare le tecnologie che solo gli americani e, forse anche i cinesi, detengono.

Ma queste tecnologie sarebbero quelle necessarie per la realizzazione del cloud, cioè di una infrastruttura di data center ridondati geograficamente, perché per quanto riguarda il funzionamento dei calcolatori anche nel sistema francese è chiaro che si utilizzeranno tecnologie statunitensi a cominciare dai software al livello operativo.

Ebbene, come è possibile pensare che l’Italia con le sue maggiori aziende IT non sia in grado tecnologicamente di realizzare autonomamente tale infrastruttura e garantirne tutte le caratteristiche comprese quelle di sicurezza, qualità ed efficienza?

Ma soprattutto, come è possibile aver innescato un progetto che mette in competizione tra di loro le eccellenze italiane invece che vederle compatte pronte a partecipare alla rivoluzione digitale della pubblica amministrazione del Paese?

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Forse la spiegazione sta nel fatto che in questo scenario si perde di vista il vero interesse della vicenda che sono proprio i dati della PA.

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L’importanza dei dati della PA

Infatti, sempre facendo riferimento alla pagina web “Una strategia per le infrastrutture digitali della Pubblica Amministrazione” del sito dell’Agenzia per l’Italia digitale si legge:

La strategia opera una distinzione fondamentale tra:

– Infrastrutture che gestiscono servizi strategici, ovvero un ridotto numero di asset tecnologici (server, connettività, reti, ecc.) che abilitano funzioni essenziali del Paese, come ad esempio la mobilità, l’energia, le telecomunicazioni.

– Tutte le altre infrastrutture gestite dalle PA centrali e locali che gestiscono la stragrande maggioranza dei servizi, erogati al cittadino o interni agli enti che permettono il funzionamento di servizi comuni (ad esempio la posta elettronica dei dipendenti, il controllo di una zona a traffico limitato in un Comune, una rassegna stampa, etc).

Da tali descrizioni appare evidente che la strategia è orientata esclusivamente verso i cosiddetti “servizi”, senza considerare che una infrastruttura digitale di tutta la Pubblica Amministrazione deve essere considerata per la sua capacità di generare i dati: una vera e propria miniera d’oro per la cosiddetta economia digitale.

Ognuno può comprendere perfettamente quale importanza abbia la gestione digitale dei servizi connessi a settori come: sanità, energia, formazione, telecomunicazione, mobilità, etc. ma non sempre viene considerata, invece, quella che hanno i dati che questi servizi processano.

Tali dati, ovviamente, saranno di fondamentale importanza per un utilizzo economico solo a condizione che vi sia una opportuna capacità di trasformazione in dati pubblici, gli open data di cui ormai nessuno più parla.

È proprio in questo senso che si dovrà operare per favorire una robusta regolamentazione normativa cosa che dovrebbe far capire che semplicemente non si può nemmeno pensare di rischiare di dover partire con il piede sbagliato per imporre “un robusto e attento framework contrattuale” agli americani.

Un Paese orientato al futuro digitale è un Paese che ha la chiara visione della assoluta necessità di detenere la piena e completa proprietà e inviolabilità degli open data e per questo la speranza è che questo governo voglia invertire la rotta e rivedere la sua posizione.

Open data, una proposta sui passi da compiere

I passi da compiere sono semplici, basterebbe iniziare procedendo al contrario:

  • reclutare le competenze attraverso un bando pubblico dividendo tra chi si occuperà dell’infrastruttura e chi del funzionamento delle applicazioni;
  • pubblicare in formato completamente aperto l’elenco delle persone, i loro curriculum vitae e i loro compensi;
  • reclutare un numero da definire di periti informatici appena diplomati, che possano affiancare “le competenze” e generare contestualmente un sistema di formazione verso generazioni di nuovi periti informatici che iniziano il percorso di scuola superiore;
  • pubblicare in formato completamente aperto l’elenco di queste persone, i loro curriculum vitae e i loro compensi;
  • selezionare le aziende per la realizzazione dei data center (servono gare? Non ne siamo proprio sicuri, dato che per cose in proporzione meno strategiche, come la ricostruzione del Ponte Morandi, si è potuto derogare a tutte le norme di appalto italiane ed europee).
  • pubblicare in formato completamente aperto l’elenco delle aziende, i loro dati economico finanziari e i loro compensi;
  • avviare la fase di transizione verso la nuova infrastruttura da completare, come è noto, nel 2026;
  • pubblicare in formato completamente aperto l’elenco degli enti che sono transitati nella nuova infrastruttura, insieme ai loro servizi e ai set di dati a disposizione dei cittadini e delle comunità economiche e sociali.
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