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Lo skill mismatch? Zavorra l’economia globale come una tassa del 6%

Antonello Salerno

Il disallineamento tra le competenze che gli studenti hanno una volta completato il loro percorso di formazione e quelle che il mercato effettivamente richiede pesano sull’economia globale anche in termini economici. A calcolarlo è un recente studio di Bcg, “Fixing the global skill mismatch”, secondo cui fin quando questo gap non sarà colmato sull’economia mondiale graverà una “tassa nascosta” che assorbita il 6% della produttività, che può essere approssimato in circa 5mila miliardi di dollari. Il problema, stando ai dati della ricerca, riguarda oggi circa 1,3 miliardi di persone nel mondo, e sta progressivamente aumentando, tanto che nel 2030 potrebbe arrivare a 1,4 miliardi di lavoratori. 

Alla base di questo gap c’è una forbice sempre più ampia tra un mondo del lavoro in trasformazione, in cui nel 2027 il 27% degli impegni sarà formato da posti di lavoro che oggi non esistono, e un mondo dell’educazione che rimane invece ingessato attorno a vecchi canoni. A questo si unisce il fatto, sottolinea cg, che molte competenze tecniche diventano sorpassate in un lasso di tempo che può variare trai due e i cinque anni, non consentendo al mondo della formazione di tenere il passo con queste continue rivoluzioni tecnologiche.

In questa cornice lo skill mismatch – sottolinea Bcg – diventa un danno per i lavoratori, che potrebbero doversi adeguare a posizioni inferiori alla loro qualifica, oltre che una “tassa occulta” per le aziende, che devono farsi carico dei costi del reskilling o upskilling di dipendenti con competenze insufficienti. 

Per colmare un solco che diventa via via più profondo Bcg propone di ripensare il sistema formativo con un approccio “umano-centrico”, con il passaggio dalla standardizzazione di massa all’ “unicità di massa”, grazie alla costruzione di percorsi formativi individuali, partendo dagli orientamenti e dalle capacità dei singoli, con un set di skill da aggiornare costantemente sulla base delle scelte e delle richieste del mercato, comprese le competenze trasversali “adattabili” a lavori che ancora non esistono, come la comunicazione, il lavoro di squadra, la pianificazione e la capacità di imparare.

Ad assumersi la responsabilità della propria formazione, secondo la lettura di Bcg, dovranno essere gli stessi lavoratori, che avranno tutto l’interesse a rimanere aggiornati e focalizzando l’attenzione sul farsi trovare pronti per cogliere al volo le occasioni che verranno dai lavori che ancora oggi non esistono. 

Per realizzare questo piano, però, Boston Consulting Group prevede che lo stato sia in grado di mettere a disposizione l’accesso universale alla formazione, mentre alle aziende spetterà il compito di offrire ambienti di lavoro inclusivi, aperti e orientati all’autorealizzazione. I lavoratori dal conato loro potranno scegliere autonomamente tempi e direzioni della formazione. Quanto al sistema educativo, dovrà “mediare” metodo in contatto lavoratori e imprese, privilegiando nello stesso tempo lo sviluppo delle competenze che il mercato richiederà volta per volta con più forza.

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