Cloud proximity: come avvicinare l’infrastruttura al workload

Un nuovo approccio che consente di trasformare le soluzioni residenti sulla nuvola in vere e proprie strategie di lungo termine per la digitalizzazione [...]
Roberto Martini

Head of Go to Market di Deda Cloud

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Parlando di tecnologie e dei mercati a esse collegati viene naturale pensare che le tappe della loro evoluzione siano segnate sempre e solo da innovazioni tecnologiche. Il che è quasi sempre vero, fatte salve alcune eccezioni. Quello che sta accadendo recentemente al mercato del cloud computing, ad esempio, è stato causato da due fattori che con la tecnologia di per sé hanno davvero poco a che fare. Uno dei cambiamenti più significativi è stato determinato da un evento totalmente imprevedibile come la pandemia, che ha imposto distanziamento sociale e dato una forte accelerazione nell’adozione di soluzioni che consentissero di proseguire nel miglior modo possibile le attività ordinarie anche a distanza. Il secondo cambiamento è dovuto all’intensa attività normativa in seno all’Unione europea che ha mutato il quadro di riferimento e creato una nuova sensibilità tra gli utenti verso le soluzioni cloud. A fronte di una modifica del contesto in cui ci si trova a operare, la soluzione ai nuovi problemi e alle esigenze che ne derivano non è solamente legata alla tecnologia. Infatti, proprio in questo caso, a generare nuovo valore nell’offerta delle soluzioni cloud-based è anche e soprattutto una questione di atteggiamento da parte dei cloud provider. Un approccio, una visione inedita che si potrebbe definire vicinanza, o ancor meglio prossimità, o cloud proximity.

Prossimità dei diversi servizi – da quelli relativi all’infrastruttura fino ai software – residenti sulla ‘nuvola’ ed erogati As-a-Service, e vicinanza con le peculiarità, tecniche, logiche e normative del settore specifico di chi al cloud si rivolge, .

La cloud proximity e i suoi vantaggi

Per soddisfare le esigenze attuali è necessaria una speciale sinergia tra i servizi infrastrutturali e il workload specifico che questi devono supportare. Ciò è possibile solo quando i Managed Cloud Services Provider e le software house che sviluppano gli applicativi aziendali lavorano in sincronia così da offrire servizi assolutamente verticalizzati e rodati, riducendo in modo significativo gli interlocutori con cui i clienti si devono rapportare, così come gli imprevisti e i tempi progettuali.

Se i fornitori riescono a garantire la cloud proximity tra servizi e workload come criterio nelle proprie scelte strategiche, i benefici ricadono sia sulle aziende sia sulle software house. Le prime possono infatti sollevare i team IT interni da responsabilità e carico di lavoro e approfittare delle euristiche generate sui tempi, la complessità del workflow e la security, per concentrarsi sul core business. Per le software house, invece, questo approccio porta all’abbattimento del time to market, della complessità e dei tempi di adozione delle proprie soluzioni, con notevoli vantaggi rispetto alla agguerritissima concorrenza.

La prossimità di infrastruttura e servizi consente inoltre di mettere sul tavolo le esigenze attuali e cercare di anticipare quelle dell’immediato futuro. Grazie ai servizi di cloud proximity, la divisione IT di qualunque azienda si trova a disposizione un’infrastruttura sempre adeguata a supportare le priorità del business e può demandare l’intera gestione e manutenzione al partner, spostando sul fornitore esterno la responsabilità di qualsiasi aspetto tecnologico. Questo permette all’azienda di razionalizzare il portafoglio di fornitori ed evitare l’obsolescenza dell’infrastruttura, liberando al tempo stesso il CIO dalla preoccupazione di investire nella creazione di nuove competenze tecniche, e permettendogli sempre più di diventare gestore di contratti e di SLA (service level agreement).

Come offrire la cloud proximity

Per offrire un cloud che abbia i benefici della proximity è necessario che i provider sviluppino competenze specialistiche e ragionino in termini di un service design mirato.

La prima condizione è quella di essere fedeli alla massima “non c’è servizio se non c’è il cliente al centro”, e quindi studiare il settore in cui il cliente opera e le sue specificità dimensionali e geografiche. Questo è il primo passo che permette quella forte personalizzazione del perimetro di servizi che è requisito indispensabile per poter rispondere in modo rapido e flessibile alle esigenze tecnologiche e di business dei clienti e poterli supportare nella loro trasformazione digitale. Per garantire al cliente soluzioni aggiornate è poi fondamentale che il provider abbia una buona copertura di tutti i prodotti sul mercato e sia in grado di certificare la bontà delle proprie scelte tramite la misurazione di KPI tecnologici, organizzativi ed economici condivisi con il cliente. Infine, è essenziale farsi carico dei service level agreement, penali incluse, e garantire gli elevati standard di sicurezza che il mercato, soprattutto quello europeo, richiede.

Il nuovo contesto di mercato

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La risposta delle aziende alle restrizioni causate dalla pandemia è stata estremamente diversificata ma in tutti i casi la tecnologia ha rappresentato un valido e imprescindibile alleato. Gli strumenti di comunicazione e collaborazione da remoto hanno permesso di svolgere gran parte delle attività, salvaguardando la continuità operativa. La realtà è ben fotografata da un’indagine campionaria svolta da NetConsulting cube da cui emerge come, a inizio 2020, nelle agende dei CIO delle principali aziende italiane abbiano trovato posto iniziative volte a introdurre lo smart working all’interno delle loro realtà organizzative. Ciò ha determinato un netto incremento nell’utilizzo del cloud computing, come confermano i dati ISTAT, secondo cui la percentuale di imprese che utilizzano servizi cloud è più che raddoppiata tra il 2018 e la fine del 2020, passando dal 23 al 59 per cento del totale.

Il regolamento UE per la protezione dei dati (GDPR) e la creazione di una infrastruttura federata europea per la costituzione di data space sovrani e sicuri (Gaia-X) hanno, inoltre, fatto sì che per le realtà italiane sia ormai piuttosto vincolante la localizzazione dei data center entro i confini europei. Mentre le aziende dei comparti finanziari, nei quali la legislazione relativa alla data residency non è ancora sufficientemente chiara, mostrano una particolare sensibilità verso la collocazione dei data center in Italia.

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La nuova sfida, una strategia di lungo periodo

Dopo aver goduto dei benefici più immediati del cloud – un incremento nella velocità con cui è possibile implementare le risorse IT, sia infrastrutturali che applicative; una maggiore flessibilità e scalabilità delle stesse; la possibilità di gestirne l’aggiornamento – le imprese si trovano oggi ad affrontare la vera sfida, che è quella di strutturare una strategia di lungo periodo che ponga il cloud al centro della digitalizzazione.

I numeri mostrano segnali positivi su un percorso che è già ben intrapreso: tra il 2020 e il 2022 la spesa per servizi di cloud computing delle aziende italiane progredirà, in base alle previsioni raccolte da NetConsulting cube, con una crescita media annua stimata intorno al 20 per cento.

Questa tendenza decisamente accelerata di adesione al cloud lascia, tuttavia, spazio ancora a qualche resistenza e ad alcuni motivi di insoddisfazione. I freni all’adozione di servizi cloud riguardano tematiche di sicurezza e costi, l’assenza di skill in grado non solo di portare a termine la migrazione sulla nuvola ma anche di gestirla una volta implementata e, infine, una mancanza di certezze relativamente ai livelli di servizio necessari e garantiti. Su questi elementi i provider si trovano a lavorare.

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