App di tracciamento, come i big data possono contrastare la diffusione delle epidemie

Il contact tracing si è rivelato un eccellente esempio di come il funzionamento dei big data su larga scala possa portare a risultati concreti in breve periodo. Ecco una analisi delle misure messe in campo a livello internazionale [...]
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Com’è ormai risaputo, l’utilizzo della tecnologia per il tracciamento dei contatti nel contesto Covid-19 ha subito una forte impennata nelle ultime settimane, con le più disparate soluzioni in diversi paesi del mondo. Tuttavia, non sempre la lotta alla pandemia passa con il solo utilizzo “asettico” della tecnologia di sorveglianza: spesso sono l’organizzazione adottata e il coordinamento di più fattori a fare la differenza. Vediamo quindi alcuni esempi di successi e insuccessi che attingono la loro fonte da più misure implementate per far fronte all’avanzata del Covid-19. Con uno sguardo ad alcune strategie efficaci per far sì che il tracciamento funzioni a dovere.

Corea del Sud

La Corea del Sud è tra i paesi che sono stati in grado di reagire alla pandemia in maniera quasi istantanea, contrattaccando con misure efficaci in maniera altrettanto celere. Già nel febbraio 2020, la Corea del Sud registrò uno dei tassi giornalieri di diffusione di Covid-19 tra i più alti al mondo. Oltre alla Cina, il numero di persone infette era il più alto, con previsioni pessimistiche. Tuttavia, in maniera fulminea, la curva dei contagi e dei decessi iniziò a scendere in maniera spedita, e ad oggi – fatti salvi alcuni casi di recrudescenza – la situazione sembra stabile. Ma com’è possibile? Il “segreto” sudcoreano affonda le radici in esperienze apprese anni fa. Nel 2015 un cittadino sudcoreano sbarcato a Seul dopo un viaggio in Medio Oriente, portò con sé un’infezione nota come MERS-CoV, anch’essa causata da un coronavirus. A causa della novità rappresentata dalla nuova tipologia di virus, sconosciuta in Corea del Sud, ci sono voluti un paio di giorni prima che la malattia fosse diagnosticata correttamente. Quando il virus fu individuato, sembrò quasi impossibile rintracciare chi fosse stato infettato. L’infezione causò 186 casi di MERS-CoV nel Paese e comportò una quarantena di 14 giorni per 16.993 coreani, con una perdita economica di 8,5 miliardi di dollari. Tuttavia, sempre all’epoca, nonostante il virus apparve in modo del tutto inaspettato, la sua avanzata fu bloccata in maniera altrettanto celere. E questo grazie ai test rapidi sulla popolazione e l’uso di vari tipi di tecnologie avanzate, nonché grazie all’analisi dei dati e alle informazioni apprese sulla popolazione.

Anni dopo, il 20 gennaio 2020, approda nella penisola il Covid-19 con il suo primo caso: una cittadina contagiata di ritorno da Wuhan. Con il suo isolamento, i funzionari sudcoreani riuscirono a tenere la situazione sotto controllo. Tuttavia, la situazione cambiò con il “paziente 31”. Prima di risultare positivo, il paziente 31 ebbe un piccolo incidente, fu ricoverato due volte in ospedale e assistette ad una funzione in chiesa. In pratica fu in contatto con centinaia di persone e trasmise con successo il virus a molte di loro. Da allora, la Corea del Sud confermò migliaia di casi nel giro di pochi giorni, con un numero che crebbe vertiginosamente sino a salire sul triste podio dei paesi più colpiti, immediatamente dietro alla Cina. Anche in questo caso, memori della lezione imparata anni prima, la Corea del Sud fece un ottimo lavoro, ribaltando la situazione così da fermare l’avanzata della pandemia. Ma come accadde? Con il tracciamento “intelligente” dei contatti (o contact tracing), con test sierologici e tamponi, nonché con l’uso della telemedicina e di altre tecnologie. Il contact tracing si è rivelato un eccellente esempio di come il funzionamento dei big data su larga scala possa portare a risultati concreti in breve periodo.

Con il “paziente 31”, i funzionari di Seul furono in grado di rintracciare i movimenti del soggetto, le persone con cui venne a contatto nonché furono in grado avvertire tutti coloro che avrebbero potuto essere a rischio. In Corea del Sud sono stati utilizzati, in combinazione tra loro, dati di geolocalizzazione, dati carpiti dagli impianti pubblici e privati di videosorveglianza e dei dati relativi alle transazioni con carta di credito. Una combinazione resa ancora più forte con la creazione di un’App di contact tracing dove vengono fornite informazioni sulla cronologia degli spostamenti, come le visite ai ristoranti e agli hotel, i mezzi di trasporto utilizzati, i numeri di linea d’autobus presi e persino i posti esatti al cinema. La tracciatura intelligente dei contatti ha permesso di ridurre i tempi di reazione delle autorità di Seul per identificare una potenziale minaccia, isolare le persone contagiare e informare tutti coloro che potevano essere in pericolo. Il sistema tiene traccia anche dell’attività del virus e aiuta gli ospedali e le cliniche a prepararsi meglio nel caso di un’ondata successiva.

L’esperienza con il MERS-CoV del 2015 insegnò alla Corea del Sud un’altra preziosa lezione: la conduzione di “test aggressivi”. Prima della grande diffusione del Covid-19 da parte dei “super trasmettitori”, vi erano solo 30 casi confermati rispetto ai 75.000 della Cina. Nonostante i numeri così bassi però, la Corea del Sud iniziò subito a collaborare con le sue aziende biotecnologiche per lo sviluppo di test per il Covid-19. In pratica, con soli 30 casi confermati la Corea del Sud si dotò immediatamente di test distribuiti in ogni ospedale del Paese, cosa che permise a Seul di non essere mai in deficit di presìdi come in altri paesi. Grazie a una pianificazione meticolosa e a un uso prudente dell’intelligenza artificiale, la Corea del Sud è stata in grado di appiattire la curva dei contagi a un ritmo super veloce. L’intelligenza artificiale contribuì ad abbreviare il periodo necessario per progettare e costruire i test, permettendo all’azienda di Seul Seegene di svilupparne di efficaci in tre settimane, contro i tre mesi richiesti normalmente. L’intelligenza artificiale ha permesso agli scienziati sudcoreani di comprendere rapidamente il corredo genetico del Covid-19. Inoltre, l’intelligenza artificiale permette ai medici di diagnosticare i pazienti in modo accurato e veloce. L’applicazione principale dell’intelligenza artificiale sudcoreana è stata sui dati radiografici del torace su larga scala, per identificare i sintomi del Covid-19 in un paio di secondi e rivolgersi immediatamente ai pazienti in stato critico.

Oltre alle soluzioni basate sull’intelligenza artificiale, vi è anche la telemedicina, che supporta il distanziamento sociale e consente ai pazienti di rimanere in contatto con il personale sanitario. Gli esami vengono effettuati tramite videochiamata smartphone. Tutti i sintomi sono inclusi in un database e i pazienti sono seguiti passo dopo passo. La soluzione consente ai professionisti sanitari di controllare i sintomi dei pazienti confermati in tempo reale e di trasferire coloro che hanno bisogno di assistenza medica all’ospedale più vicino.

Altre parti cruciali dell’intero sistema sudcoreano contro il Covid-19 sono le App “informative”. Molte di esse sono state sviluppate nel giro di un paio di giorni. L’obiettivo principale è quello di informare la cittadinanza sul Covid-19 da diverse prospettive. Alcune di esse forniscono informazioni generali sui sintomi. Altre permettono di conoscere luoghi dove sono richiesti particolari protezioni. Altre ancora, basate sull’intelligenza artificiale, utilizzano i chatbot (software che simula una chiamata) per contattare le persone che hanno bisogno di cure mediche. Tralasciando i risaputi problemi con la protezione dei dati personali – che Seul ha praticamente bypassato tout court – la Corea del Sud è un ottimo esempio di come l’intelligenza artificiale e i big data dovrebbero essere applicati per la lotta al Covid-19, riducendo i tempi di reazione, aumentando la precisione e implementando soluzioni efficienti in tutto il paese. [1]

Germania

La pandemia di Covid-19, che ha messo alla prova le competenze dei sistemi sanitari di tutto il mondo, ha trovato nella Germania un notevole ostacolo alla sua diffusione, permettendo al paese d’oltralpe di affermarsi tra i paesi che hanno ottenuto i migliori risultati. La Germania ha confermato più di 164.000 casi di Covid-19 da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò la pandemia lo scorso marzo. Da allora, mentre la curva dei contagi tedesca cresceva sempre più, il tasso di mortalità rimaneva significativamente più basso rispetto ad altri paesi europei. Con la conseguenza di riportare poco più di 6700 decessi.

Il tasso di mortalità tedesco è del 4% circa, notevolmente inferiore rispetto a quello dei paesi vicini come la Francia, la quale ha confermato circa 130.000 casi e ha riportato più di 24.500 decessi. Gli esperti affermano che i bassi tassi di mortalità in Germania sono il risultato di test intensivi, con laboratori nazionali che conducono fino a 160.000 test alla settimana. Con l’accesso a più test la Germania può identificare i portatori di Covid-19 e prevenire la diffusione della malattia. I test intensivi consentono inoltre al sistema sanitario tedesco di identificare i pazienti affetti da Covid-19 in anticipo e di offrire un trattamento precoce.

Uno dei fattori chiave alla base del basso tasso di mortalità in Germania è lo sviluppo proattivo di un test per il Covid-19, in seguito adottato dall’OMS e distribuito in tutto il mondo su larga scala, ma non prima che la Germania ne avesse già accumulato una grande scorta. Da febbraio 2020, più di 300 laboratori tedeschi ebbero l’incarico di produrre i test, dando alla Germania la possibilità di effettuare test ad alta intensità. Un successo ottenuto anche grazie alla collaborazione con l’azienda tedesca Bosch. In sole sei settimane, gli ingegneri dell’azienda svilupparono un test diagnostico molecolare rapido e completamente automatizzato per rilevare il Covid-19 in poco più di due ore. La particolarità del test Bosch è che offre una diagnosi differenziale, che fa risparmiare ai medici il tempo necessario per ulteriori test, fornendo loro una diagnosi affidabile in tempi brevi, in modo da poter iniziare più rapidamente il trattamento adeguato.

La capacità di mobilitare i laboratori tedeschi su così vasta scala è stata possibile grazie ad una preesistente “strategia epidemica” che ha delineato costi e finanziamenti. Anche il sistema di assicurazione sanitaria tedesco si è guadagnato un elogio, poiché ha dato ad ogni cittadino un accesso illimitato alle strutture mediche e alle cure del caso. Anche se la Germania non ha ancora sradicato il Covid-19, si è tuttavia guadagnata gli elogi per la sua reazione rapida ed efficiente alla pandemia. Il che fa prevedere come le attrezzature di laboratorio avanzate avranno un ruolo fondamentale nello sviluppo dei test Covid-19 e di un potenziale vaccino. [2]

Ma oltre a ciò vi è il discorso del tracciamento dei contatti (contact tracing), che in Germania è stato implementato in maniera diversa da altri paesi.

A differenza degli Stati Uniti, del Regno Unito e della maggior parte degli altri paesi, la Germania non ha mai rinunciato al tracciamento dei contatti. Grazie a un solido background culturale in materia di privacy e protezione dei dati però, le 375 autorità sanitarie locali tedesche non hanno potuto contare su una sorveglianza digitale in “stile” sudcoreano. Tali autorità sanitarie hanno così reclutato “squadre” che vanno dagli studenti di medicina ai vigili del fuoco, che lavorano via e-mail, telefono e talvolta anche via fax. Il loro successo è una delle ragioni principali per cui la Germania ha circa un terzo del numero di morti pro capite per Covid-19 rispetto agli Stati Uniti. La Germania è inoltre in una buona posizione per sopprimere i nuovi gruppi di infezioni che emergono al momento dell’isolamento, poiché è stata “molto aggressiva” nel rintracciare i contatti.

Würzburg, una città di 130.000 abitanti prossima a Francoforte, offre un case study sull’efficacia del tracciamento dei contatti “a bassa tecnologia”. Le prime due infezioni da Covid-19 emersero il 4 marzo, da persone appena tornate dall’Italia. Prima di risultare positivi, tali soggetti visitarono i parenti in Germania, favorendo così il propagarsi dell’infezione. Dal 5 marzo il personale dell’autorità sanitaria locale iniziò ad effettuare telefonate per tracciare i contatti. Anche se le autorità sanitarie tedesche ebbero una certa esperienza con la risposta pandemica all’influenza suina, fu subito chiaro che si sarebbe trattato di un’infezione di diversa portata.

Continuavano a emergere nuovi casi: una giovane coppia, uno studente e un insegnante che era stato sulle Alpi, alcuni studenti e un impiegato dell’università che faceva il pendolare in città. La cosa più preoccupante è che il virus emerse in una casa di cura bavarese, dove il 12 marzo un ospite di 83 anni fu il primo a morire a causa del virus. L’autorità sanitaria di Würzburg e della regione circostante si rese subito conto che c’erano troppi casi da rintracciare per il suo personale, così il gruppo ha iniziato ad attirare persone da altri reparti. Era un’impresa sisifea. I “cercatori di contatti” si prodigarono subito per attenuare le paure delle persone contagiate, nonché di informarle molto chiaramente su ciò che c’era da fare. Una volta stabilito un rapporto, veniva detto al paziente come mettersi in quarantena. Poi iniziava il laborioso processo di comporre una lista di tutti coloro con cui la persona infetta aveva avuto un contatto faccia a faccia per più di 15 minuti, a partire da due giorni prima dell’inizio dei sintomi. Ai pazienti venne data l’opportunità di chiamare i loro contatti per avvertirli di ciò che sta per accadere. Successivamente i “cercatori” si misero al telefono per spiegare ad ogni persona l’importanza della quarantena a casa per due settimane. Queste persone furono istruite a seguire il loro stato di salute e a prendere nota di ogni incontro, anche se fugace come poteva essere un corriere o il postino.

Il 20 marzo, quando il premier bavarese dichiarò il lockdown, l’area di Würzburg ebbe 54 nuove infezioni. L’autorità sanitaria iniziò a reclutare volontari per raddoppiare il team di ricerca dei contatti, fino a circa 40 persone, iscrivendo studenti, responsabili dell’assistenza ai giovani e amministratori di altre agenzie. Si aggiunsero persone per gestire la marea di scartoffie, e ben presto i fogli di calcolo Excel furono sostituiti da applicativi migliori. Contando il personale del back-office, i tracciatori e i medici che supervisionano le quarantene, il team si ampliò fino a raggiungere più di 100 persone.

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Dalla fine di aprile, il frutto di più di un mese di lavoro iniziò a dare i suoi frutti. Il 24 aprile, per la prima volta, non ci furono nuovi casi. Al 15 maggio, il numero di persone in quarantena era al minimo storico. E anche se i casi in Germania continuano a esserci, il sistema “rodato” permette di rispondere colpo su colpo al tentativo di espansione del Covid-19.[3]

Stati Uniti

Diversamente da Corea del Sud e Germania, gli Stati Uniti procedono in maniera disomogenea e con non poche difficoltà. Decine di stati USA stanno riponendo le loro speranze nel contact tracing per controllare la diffusione del Covid-19 e consentire riaperture senza innescare grandi “risorgive” della pandemia. Alaska, California, Massachusetts, New York e altri stanno contattando decine di migliaia di persone al fine di identificare le persone che potrebbero essere stati esposte, nonché convincere tutti quelli a rischio a stare in quarantena per diverse settimane. L’obiettivo del contact tracing, oltre al distanziamento sociale, è quello di spingere verso l’abbassamento della mortalità e dell’incidenza dei nuovi casi. Ma per realizzare una tale prospettiva, il tracciamento dovrà raggiungere una parte significativa dei casi e dei relativi contatti. Un team operante in una data regione o contea dovrebbe rilevare almeno la metà dei nuovi casi sintomatici, e raggiungere almeno la metà delle persone con cui questi erano in stretto contatto, incoraggiandole a stare lontane dagli altri, in modo da ridurre la velocità di trasmissione del 10% o più. A detta dei ricercatori, raggiungere il 90% dei casi sintomatici e il 90% dei loro contatti potrebbe ridurre le trasmissioni del Covid-19 di oltre il 45%.

D’altro canto, il successo del contact tracing dipenderà dalla grandezza delle squadre impiegate, dal numero di nuovi casi che si svilupperanno e dalla prontezza con cui le persone – in una determinata comunità – risponderanno “alla chiamata”. Raggiungere il 90% dei contatti, ad esempio, sarà particolarmente difficile negli stati federali ancora alle prese con molte nuove infezioni. Prendiamo il Massachusetts, che all’inizio di maggio 2020 ha messo al lavoro una task force per la ricerca di contatti di 1.000 persone. Ma i nuovi casi confermati nello stato USA sono ancora generalmente superiori a 1.000 al giorno; quindi ogni “tracciatore” della squadra preposta dovrà rintracciare e convincere alcuni “multipli” di quel numero – ogni giorno – a stare lontano dalle altre persone. Man mano che le regioni diminuiscono le misure di distanziamento sociale, il numero medio di contatti per i pazienti infetti potrebbe aumentare fino ad avvicinarsi a 20. Ad oggi 44 stati USA e il District of Columbia hanno in programma di rafforzare le loro squadre di ricerca, aumentandole collettivamente dai circa 11.000 oggi a più di 66.000 nelle settimane a venire. Ma probabilmente non sarà sufficiente. La National Association of County & City Health Officials stima che gli sforzi di rintracciamento degli Stati Uniti richiederanno 30 professionisti ogni 100.000 persone. Solo sette stati USA hanno piani per raggiungere questo obiettivo, tra cui California, New York, e Illinois. Solo uno, il North Dakota, lo soddisfa attualmente.

Un gruppo bipartisan di eminenti esperti sanitari e funzionari pubblici, tra cui Bob Kocher, ex assistente speciale del presidente Barack Obama sulla politica sanitaria nonché l’ex senatore repubblicano Bill Frist, affermano che la nazione dovrà andare oltre. Costoro hanno chiesto al Congresso USA di istituire un “contatto” di 180.000 persone per rintracciare la forza lavoro che costerebbe al governo federale circa 12 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda le App di contact tracing, esse devono essere utilizzate da più cittadini possibile per fare una differenza significativa. Quindi ci sono seri dubbi su quanto possano essere efficaci negli Stati Uniti, date le crescenti preoccupazioni culturali sulla privacy e il fatto che il governo non stia forzando le persone ad usarle. Il Senato USA sta per presentare lunedì un disegno di legge condiviso da tutte le forze politiche che dovrebbe regolare le App di contact tracing con lo scopo di garantire che i nuovi strumenti digitali impiegati nella lotta al Covid-19 non vadano a scapito della privacy degli utenti. La proposta, denominata “Exposure Notification Privacy Act”, potrebbe alzare quindi paletti federali intorno agli sforzi del duo Apple-Google e al loro tracciamento decentrato. Democratici e repubblicani USA affermano che sia necessaria una legislazione federale per garantire da un lato un tracciamento volontario, dall’altro per garantire un trattamento dei dati non a fini commerciali. La proposta prevede che l’esecutivo di Washington possa avere nuovi poteri nella lotta agli abusi sulla privacy e la sicurezza degli utenti.[4]

Tuttavia, il successo nel rintracciare i contatti Covid-19 richiede anche che le persone accettino e ascoltino i consigli di “perfetti sconosciuti”. Purtroppo, anni di chiamate promozionali e di telemarketing hanno condizionato molti americani a ignorare le chiamate da numeri che non riconoscono. A San Francisco ad esempio, almeno la metà delle persone che riceve una chiamata semplicemente non risponde. Altri riattaccano una volta che inizia la richiesta di informazioni personali, come indirizzi e date di nascita. Inoltre c’è un’ulteriore sfida per le regioni con un’ampia popolazione di immigrati o di residenti senza documenti, dove le persone possono temere di interagire o condividere informazioni con i funzionari pubblici. Sempre a San Francisco si scopre che circa il 40% dei contatti potenzialmente esposti sono di madrelingua spagnola, molti dei quali in situazioni di indigenza o di sovraffollamento. Inoltre, anche se i contatti rispondono alla chiamata e restano in linea, c’è la questione non irrilevante che non sempre seguiranno il consiglio di farsi “testare” o di mettersi volontariamente in quarantena. Tutto quello che si può fare è raccomandare dei comportamenti e offrire supporto nel seguirli. Si può mettere tali persone in contatto, per esempio, con chi consegnerà loro cibo o medicine, oppure con chi può trovar loro un rifugio in situazioni estreme. Vi è anche il non indifferente problema del lavoro, poiché molte persone non possono permettersi di saltare giornate lavorative che possano condurre alla perdita dell’impiego. Quindi è chiaro che il successo statunitense dipenderà anche da incentivi statali o federali alle fasce più a rischio.

Regno Unito

Anche se il governo britannico sta progressivamente allentando le restrizioni di blocco in tutto il paese, l’elemento centrale della sua strategia non è ancora stata lanciata. Originariamente prevista per metà maggio, l’App del NHS (Sistema sanitario britannico) per il contact tracing – in uscita per la fine di giugno – ha suscitato critiche sin da quando è stata testata sull’Isola di Wight.

L’App britannica è stata afflitta da difficoltà fin dall’inizio. Apple e Google sin dallo scorso aprile si rifiutarono di sostenere lo sviluppo dell’App in modo centralizzato, poiché considerato dai giganti americani come un sistema meno sicuro. Ciononostante, l’App è stata lanciata ufficialmente nella sua forma centralizzata sull’Isola di Wight il 6 maggio scorso. Con circa 60.000 download, il 40% della popolazione dell’isola, i risultati sono stati contrastanti. La versione iniziale era limitata in termini di funzionalità: gli utenti potevano segnalare solo due sintomi da Covid-19, una tosse continua o una temperatura elevata. Inoltre la prima versione dell’App non permetteva agli utenti dell’isola di inserire il risultato di un tampone o di un test sierologico Covid-19, positivo o negativo che fosse. E questo, unito ai pochi download, hanno invalidato l’intero sistema di contact tracing.

Si teme che un’ampia percentuale del pubblico britannico possa non essere in grado di utilizzare l’App. Innanzitutto, due milioni di famiglie nel Regno Unito non hanno accesso a internet. Mentre altri sette milioni di persone hanno usato la rete, ma hanno competenze molto elementari, come il non sapere come installare e utilizzare una qualsiasi App. La maggior parte di coloro che non hanno competenze digitali sono tra i più vulnerabili al Covid-19, con forti limiti alla loro capacità di accedere alle informazioni e di salvaguardare la loro salute.

Da quando l’App è stata lanciata, i professionisti della sicurezza hanno evidenziato una serie di preoccupazioni che riguardano la sicurezza e la protezione dei dati personali. All’inizio del progetto pilota sono state segnalate specifiche falle di sicurezza, molte delle quali derivano dal modello centralizzato che il governo ha deciso di perseguire. In totale, i ricercatori hanno segnalato sette problemi di sicurezza, tra cui i punti deboli nel processo di registrazione che potrebbero consentire agli aggressori di rubare le chiavi di cifratura, l’archiviazione di dati non cifrati sui portatili e la generazione di un nuovo codice ID casuale per gli utenti una volta al giorno anziché una volta ogni 15 minuti.

Di recente, sono emerse nuovamente preoccupazioni sulla privacy. Il 28 maggio il Public Health England ha pubblicato un avviso in materia di privacy: i dati personali delle persone colpite da Covid-19 saranno raccolti dall’NHS e conservati per 20 anni. Insieme ai dati sui sintomi delle persone affette da Covid-19, saranno raccolte e conservate informazioni che includono il nome completo e la data di nascita, così come i numeri di telefono e gli indirizzi di casa e di posta elettronica. Coloro che sono stati identificati come contatti di persone affette da Covid-19 verranno raccolti e conservati per 5 anni, tranne la data di nascita. Una mossa del governo di Sua Maestà che rischia di scoraggiare le persone dallo scaricare e utilizzare l’App.[5]

L’interoperabilità europea e la “via francese”

Un importante punto interrogativo, cruciale nella Fase 2, legato alle App nazionali di contact tracing degli Stati membri UE è se queste funzioneranno quando i cittadini di un paese si recheranno in un altro paese. Oppure ci si potrebbe chiedere se ai cittadini europei verrà chiesto di scaricare e utilizzare più App a seconda dei paesi che attraverseranno. L’utilizzo di più App complicherebbe ulteriormente una tecnologia non provata che cerca di riutilizzare i componenti standard degli smartphone per la stima dell’esposizione virale, ossia un compito per il quale i dispositivi mobili non sono mai stati concepiti.

In Europa, dove diversi paesi – compresa l’Italia – stanno lavorando su App Bluetooth per cercare di automatizzare il tracciamento dei contatti rilevando la prossimità del dispositivo per un dato lasso di tempo, la sfida dell’interoperabilità è particolarmente pressante, dato che il numero di Paesi UE è elevato. Anche se, in tempi normali, i cittadini dell’Unione Europea possono quasi “dimenticarsi” dei confini, con la sospensione di Schengen la situazione cambia. Attualmente, con molti Paesi dell’UE ancora in stato di isolamento, i viaggi transfrontalieri sono relativamente pochi. Ma la Commissione Europea ha concentrato l’attenzione sul sostegno al settore del turismo durante la crisi del Covid-19, proponendo un “pacchetto turismo” che contiene raccomandazioni per una graduale abolizione delle restrizioni.

Tuttavia, una volta che i cittadini europei ricominceranno a viaggiare, l’efficacia delle App nazionali di contact tracing potrebbe essere compromessa se i sistemi non sono in grado di dialogare tra loro. Nell’UE questo potrebbe significare, ad esempio, che un cittadino francese che si reca in Germania per un viaggio di lavoro e trascorre del tempo con una persona che successivamente risulta positiva al test Covid-19 potrebbe non ricevere alcuna notifica sulla sua App dell’avvenuta esposizione. O viceversa. Nel Regno Unito, che rimane membro dell’UE fino alla fine di quest’anno, la questione è ancora più pressante vista la decisione dell’Irlanda di optare per un’architettura di App decentrata. Un’App, quella scelta dalla Repubblica di Irlanda, che dovrebbe basarsi presumibilmente sul sistema centralizzato ideato dall’NHSX del Regno Unito (agenzia governativa britannica responsabile della definizione della politica nazionale in materia di tecnologia e dei dati del servizio sanitario nazionale). E il problema potrebbe nascere sul confine tra Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord.

Ci sono domande molto più ampie su quanto utile (o inutile) possa essere il tracciamento digitale dei contatti nella lotta alla pandemia. Ciò che è certo è che qualsiasi mancanza di interoperabilità transfrontaliera comprometterà inesorabilmente la funzionalità, a meno che non si rinunci per sempre a viaggiare al di fuori del proprio paese.

Gli Stati membri dell’UE riconoscono tale problema, e qualche giorno fa hanno concordato una serie di linee guida sull’interoperabilità per le App nazionali, affermando che gli utenti dovrebbero poter fare affidamento su una singola App indipendentemente dalla regione europea o dallo Stato membro in cui si trovano in un determinato momento. Il dettaglio tecnico completo dell’interoperabilità è ancora da comprendere. L’intento è quello di lavorare insieme – tra i vari Stati membri – in modo che le diverse App possano condividere un minimo di dati per consentire alle “notifiche di esposizione” di continuare ad operare mentre i cittadini europei viaggiano nel territorio dell’Unione, man mano che le restrizioni vengono eliminate. Qualunque sia l’approccio adottato con le App nazionali, tutti gli Stati membri e la Commissione ritengono che l’interoperabilità tra queste App e tra i sistemi backend sia essenziale per questi strumenti al fine di consentire la tracciabilità delle catene di infezione transfrontaliere. Questi strumenti dovrebbero essere integrati con altri strumenti previsti dalla strategia di tracciamento dei contatti Covid-19 di ogni Stato membro.

Gli utenti europei dovrebbero potersi aspettare l’interoperabilità. Ma se il lavoro transfrontaliero senza intoppi si realizzerà nella pratica rimane un importante punto interrogativo. Ottenere più sistemi sanitari e App diverse che potrebbero calcolare l’esposizione al rischio in modi leggermente diversi per interfacciarsi e condividere i dati rilevanti in modo sicuro è di per sé una grande sfida operativa e tecnica. Tuttavia, questo è reso ancora più problematico dalle continue differenze tra i vari Paesi per quanto riguarda la scelta dell’architettura di base dell’App per il contact tracing nazionali. Questo si riduce alla scelta di un approccio decentralizzato o centralizzato – con protocolli decentralizzati che memorizzano ed elaborano i dati a livello locale su smartphone (con il matching effettuato sul dispositivo); e protocolli centralizzati che caricano i dati di esposizione ed eseguono il matching su un server centrale controllato da un’autorità nazionale, come ad esempio un servizio sanitario.

Gli accademici avvertono che l’interoperabilità tra sistemi decentralizzati e centralizzati è possibile in linea di principio, pur introducendo sostanziali problemi di privacy, poiché i sistemi decentralizzati sono stati progettati specificamente per evitare che un’autorità centrale possa recuperare l’identità degli utenti; di conseguenza, il calcolo del rischio centralizzato non può essere utilizzato senza indebolire gravemente la privacy degli utenti del sistema decentralizzato. D’altro canto, se il calcolo del rischio decentralizzato viene utilizzato come “ponte” per raggiungere l’interoperabilità tra i due approcci filosoficamente opposti, facendo sì che i sistemi centralizzati pubblichino un elenco di tutti gli identificatori decentralizzati, allora sarebbe più facile per gli aggressori colpire i sistemi centralizzati con attacchi di reidentificazione di eventuali utenti positivi testati. Così, ancora una volta, si ottengono ulteriori rischi per la privacy. In particolare, ogni utente del sistema decentralizzato sarebbe in grado di recuperare l’ora e il luogo esatti in cui è stato esposto alla persona positiva testata confrontando la sua lista di identificatori registrati pubblicata dal server, con l’attacco che rivelerebbe in quale periodo di “15 minuti” un utente dell’App è stato esposto a una persona positiva Covid-19. E mentre si ammette che esiste un rischio simile di attacchi di reidentificazione contro tutte le forme di sistemi decentralizzati, si sostiene che questo è più limitato – dato che la progettazione di protocolli decentralizzati viene utilizzata per mitigare questo rischio registrando solo informazioni di temporizzazione grossolane, come ad esempio intervalli di sei ore. Quindi, fondamentalmente, l’argomento è che c’è una maggiore possibilità che si possa incontrare solo un’altra persona in un intervallo di 15 minuti rispetto a una finestra di sei ore.

L’argomento addotto dai sostenitori dei sistemi decentralizzati è che essi sono intrinsecamente focalizzati sui rischi della reidentificazione, mentre i sistemi centralizzati sorvolano interamente su tale rischio assumendo la fiducia in un’autorità centrale per gestire ed elaborare correttamente i dati personali collegati ai dispositivi. Il che, ovviamente, è una questione molto importante. Mentre questi dettagli possono sembrare incredibilmente tecnici da digerire per l’utente medio, la preoccupazione principale associata alle App di Covid-19 è che gli utenti devono potersi fidare di tali App per utilizzarle. Quindi, anche se una persona si fidasse del proprio governo per gestire i propri dati sanitari sensibili, potrebbe essere meno incline a fidarsi del governo di un altro paese UE. Il che significa che potrebbe esserci il rischio che i sistemi centralizzati che operano all’interno dell’Unione Europea finiscano per “inquinare il pozzo della fiducia” di queste App più in generale a seconda di come vengono fatte interoperare con i sistemi decentralizzati.

A questo punto, lo slancio tra le nazioni dell’Unione Europea si è in gran parte spostato verso protocolli decentralizzati per le App di contact tracing. Come già riferito in precedenza, c’è stata una grande battaglia tra i diversi gruppi dell’UE a sostegno di approcci opposti. E, per fare un esempio “di peso”, la scia delle preoccupazioni sulla privacy per i sistemi centralizzati associati alla mancanza di fiducia dei cittadini sembrano aver incoraggiato la Germania a passare a un modello decentralizzato, peraltro – come visto in precedenza – molto meno “tecnologico”.

La decisione di Apple e Google di sostenere i sistemi decentralizzati ha senza dubbio pesato sulla scelta europea. Non tutti i paesi dell’UE sono però allineati in questa fase. In particolare la Francia rimane determinata a perseguire un sistema centralizzato per il contact tracing.

Approccio che è condiviso con il già “esaminato” Regno Unito e con la Norvegia, la quale ha lanciato un’APP centralizzata che raccoglie anche dati GPS, ossia in maniera opposta alle raccomandazioni della Commissione Europea e del Comitato Europeo per la Protezione dei Dati sul non utilizzo di tale tecnologia.

Sia dietro le quinte che in pubblico si sta chiaramente esercitando una pressione ad alto livello affinché gli Stati membri dell’UE concordino un approccio comune per tali App. La Commissione Europea insiste su questo punto da settimane. Tuttavia spetta agli Stati membri UE scegliere la loro architettura.

Per quanto riguarda la Francia, ad inizio giugno – quasi in contemporanea con l’esordio della nostra Immuni – e dopo settimane di intenso dibattito, l’esecutivo di Macron ha rilasciato la sua App di contact tracing denominata “StopCovid”. La Francia ha optato per una strada centralizzata, non affidandosi – al contrario di Immuni – alle API per il tracciamento di contatti di Apple e Google. Un gruppo di ricercatori francesi di concerto con alcune aziende private hanno lavorato su un’architettura separata e centralizzata. Il server assegna un ID permanente (si attua una pseudonimizzazione) e invia al telefono dell’utente una lista di ID “effimeri” derivati dall’ID permanente. Come la maggior parte delle App per il tracciamento dei contatti, StopCovid si affida alla Bluetooth Low Energy per “individuare” gli altri utenti con cui si è interagiti per più di qualche minuto.

Tuttavia, se all’utente che ha installato StopCovid sul suo smartphone viene diagnosticato il Covid-19, il medico, l’ospedale o la struttura preposta gli consegnerà un QR Code o una stringa di lettere e numeri. L’utente positivo al Covid-19 potrà scegliere di aprire l’App e di inserire quel codice affinché possa avvenire la condivisione dell’elenco di ID effimeri delle persone con cui si è interagito nelle ultime due settimane. Il back-end del server segnala tutti questi ID effimeri come appartenenti a persone che sono state potenzialmente esposte al Covid-19. Sul server centralizzato è assegnato a ogni utente un “punteggio di rischio”. Se supera una certa soglia, l’utente riceve una notifica. L’App raccomanda quindi di sottoporsi a test e di seguire le istruzioni ufficiali.

Con l’esordio di StopCovid centinaia di accademici francesi hanno firmato una lettera in cui chiedono garanzie. In particolare, hanno affermato che non è chiaro se un’App di contact tracing possa essere utile nella lotta alla pandemia.

L’autorità privacy francese CNIL ha dichiarato che l’App è conforme al quadro normativo francese. Ma la CNIL ha anche aggiunto una lunga lista di raccomandazioni per proteggere i dati personali degli utenti di StopCovid. Raccomandazioni che hanno fatto seguito a diversi malumori sorti nel Parlamento di Parigi a fine maggio 2020.

Non resta che vedere da un lato come sarà l’accoglienza dei cittadini d’Oltralpe, considerato il fatto che l’esecutivo francese – al pari della controparte italiana – ha dichiarato che l’utilizzo dell’App di contact tracing è volontario e un suo mancato utilizzo non comporta conseguenze negative; dall’altro occorre aver chiaro che il sistema centralizzato francese aggiunge una maggiore complessità che impatta ulteriormente sul livello di interoperabilità europea. [6]

Vedremo se e quando vi sarà una “risposta digitale” da parte dell’Unione Europea sul tema.[7]

 

 

  1. Coronavirus: A Big Data lesson from South Korea. Medium. https://towardsdatascience.com/coronavirus-a-big-data-lesson-from-south-korea-5bb703b8b0ae
  2. How Germany Has Led the Way on COVID-19 Testing. Labmate. https://www.labmate-online.com/news/laboratory-products/3/breaking-news/how-germany-has-led-the-way-on-covid-19-testing/52141
  3. Germany ditches centralized approach to app for COVID-19 contacts tracing. Techcrunch. https://techcrunch.com/2020/04/27/germany-ditches-centralized-approach-to-app-for-covid-19-contacts-tracing/
  4. Contact tracing, il progetto di legge Usa a tutela della privacy. StartMag. https://www.startmag.it/innovazione/contact-tracing-il-progetto-di-legge-usa-a-tutela-della-privacy/
  5. The UK’s contact tracing app: too little, too late? Computerworld. https://www.computerworld.com/article/3546344/the-uks-contact-tracing-app-too-little-too-late.html
  6. France releases contact-tracing app StopCovid. Techcrunch. https://techcrunch.com/2020/06/02/france-releases-contact-tracing-app-stopcovid-on-android/
  7. How will Europe’s coronavirus contact-tracing apps work across borders? Techcrunch. https://techcrunch.com/2020/05/15/how-will-europes-coronavirus-contacts-tracing-apps-work-across-borders/
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